Concerto del 30 ottobre 2011 ore 18.30

Direttore e solista Rudolf Buchbinder

Orchestra del Teatro Massimo


Programma

Wolfgang Amadé Mozart
Concerto n. 23 in La maggiore per pianoforte e orchestra Kv 488

Wolfgang Amadé Mozart
Concerto n. 20 in Re minore per pianoforte e orchestra Kv 466

Wolfgang Amadé Mozart
Concerto n. 21 in in Do maggiore per pianoforte e orchestra Kv 467
Durata
Il concerto ha una durata complessiva di un'ora e quaranta minuti circa con intervallo

Note
«Ora io dico che il bello è il simbolo del bene morale». Immanuel Kant
«Il bello appartiene all’immaginario della liberazione». Herbert Marcuse


Il “Clavier” – termine austro-tedesco che indicava collettivamente strumenti a tastiera come il clavicembalo, il clavicordo e il fortepiano (Hammerklavier) – fu il principale tramite di Mozart nelle vesti di esecutore. Dapprima dedito al clavicembalo, familiarizzò col fortepiano a partire dagli anni Settanta e fu anche il legame con le tastiere, e col fortepiano in particolare, che lo spinse a Vienna, città che egli stesso descrisse al padre come «l’indubbia capitale del clavier» (in una lettera del giugno 1781). A Vienna la carriera di Mozart come concertista giunse al culmine nel periodo tra il 1784 e il 1786, lasso di tempo nel quale vengono composti ed eseguiti i concerti Kv 466 e 467 (1785) e 488 (1786, ma abbozzato già due anni prima).

Il Concerto in La maggiore Kv 488 (pubblicato postumo da André Offenbach nel 1800-1801) venne completato nel periodo in cui il compositore si stava contemporaneamente dedicando alle Nozze di Figaro, e propone in organico la sostituzione degli oboi coi clarinetti, strumenti particolarmente cari al “tardo” Mozart (cioè trentenne) e dotati di timbro più scuro e avvolgente, adatto al tono dei movimenti lenti in cui si concentra l’apice espressivo e patetico del percorso formale. Già nell’Allegro iniziale il timbro dell’orchestra sfrutta pienamente la dialettica archi-fiati, mentre il pianoforte “rilegge” l’invenzione melodica arricchendola di agili passaggi scalari e ornamentali, approfondendo il dialogo tra solista e famiglie orchestrali (prima legni poi archi) sino a sfociare nella sezione della ripresa e della cadenza. L’“Adagio”, in cui l’incedere desolato del solista viene appena appena contrappuntato dagl’interventi dell’orchestra (con in evidenza il clarinetto e poi gli altri legni), è uno dei brani più celebri del repertorio classico, la cui invenzione melodica, prima esposta e poi sottilmente variata dal solista, s’imprime nella memoria col suo affascinante, ambiguo e modernissimo ondeggiare tra modo minore e maggiore. Brillantezza e slancio tornano immediatamente nell’“Allegro assai”, in cui per l’ennesima volta lo strumento solista dialoga principalmente coi legni, riservando agli archi dapprima un ruolo di leggiadro ripieno armonico, quindi di richiamo degli elementi tematici.

A proposito della prima esecuzione del Concerto in Re minore Kv 466 (pubblicato postumo da Artaria nel 1796), Mozart padre scrisse alla figlia Nannerl: «c’era una gran folla di persone altolocate, e tutti hanno pagato una Corona d’oro o tre Ducati. Il concerto è stato incomparabile, l’orchestra eccellente e, oltre alle sinfonie, una signora del teatro ha cantato due arie. C’è poi stato un nuovo eccellente concerto di Wolfgang che il copista non aveva ancora finito di copiare quando siamo arrivati». L’“Allegro” sembra dapprima l’ouverture di un grande Singspiel, brillando di una scrittura sinfonica timbricamente complessa e ricca di contrasti dinamici; l’analogia scenica viene confermata dall’ingresso del solista, “eroe teatrale” che canta quasi “sperduto” nella cupa ambientazione naturalistica in cui si trova calato e dalla quale – tramite un percorso di progressiva emersione delle sue doti virtuosistiche – lotta per fuoriuscire. La “Romance”, forma più volte adoperata da Mozart nei movimenti lenti dei suoi concerti – ancora una volta un brano celeberrimo – è la quintessenza dell’eleganza narrativa mozartiana, sostenuta da un incedere ritmico sempre energico ma mai incalzante. L’“Allegro assai”, di carattere spiccatamente virtuosistico, vede il solista gareggiare nuovamente con l’orchestra in una lotta che sembrerebbe impari, se Mozart non sapesse così accuratamente dosare le caratteristiche timbriche e le figurazioni strumentali secondo un incedere che è talmente padrone della retorica formale da potersi permettere, dal seggio del solista, interventi che rispondono talora con umorismo alla seriosità dell’orchestrazione.

Il Concerto in Do maggiore Kv 467 (pubblicato postumo da André Offenbach nel 1800/1801) venne eseguito per la prima volta il 10 marzo 1785 allo Hof Theater, dove il “Signor Kapellmeister Mozart” potè servirsi di un grande fortepiano con pedali. L’“Allegro maestoso”, che giustifica perfettamente il suo aggettivo “regale” con l’incedere pomposo e aristocratico con cui prende l’avvio, vede nuovamente gli strumenti a fiato (e in particolare i legni) alleati del solista nella definizione timbrica ed espressiva dei materiali. Piace addirittura immaginare che, all’inizio dell’esposizione del solista, e con la complicità sorniona dei legni, a entrare non sia un “semplice” strumentista virtuoso ma addirittura l’Illuminismo borghese, che si fa largo fra le polveri dell’Antico regime, attuando, con quattro anni d’anticipo sulla presa della Bastiglia, un’altra forma, nonviolenta, di rivoluzione. All’“Andante”, nuovamente una pagina iconica del repertorio classico per la sua capacità di far presa sulla memoria dell’ascoltatore, è stato affibbiato, dopo il 1967, il nomignolo di “Elvira Madigan”, dal titolo di un lungometraggio svedese di Bo Widerberg dai melensi toni tragico-sentimentali. Il riferimento a qualsivoglia scena di genere è tuttavia fuorviante e limita ad associazioni suono-immagine un percorso dialettico che è invece tutto spirituale e umanistico. L’“Allegro vivace assai”, in cui il solista si produce in agili figurazioni ornamentali, bilanciato dagli interventi dei legni e degli archi, è quasi una grande “scena teatrale” in cui il dialogo solo-tutti può leggersi come la trama di un’opera buffa dai risvolti seri (o viceversa): ennesima tastimonianza di come Mozart, nella sua frenetica indagine ai confini dell’universo musicale, sia stato fra i primi scopritori del trascendentale.

Archivio spettacoli stagione 2011


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