Concerto, 6 maggio ore 20.30

Direttore Daniel Harding

The Swedish Radio Symphony Orchestra


Programma

Gustav Mahler
Sinfonia n. 9



Durata
Il concerto ha una durata di 85 minuti senza intervallo

Note
«Ho suonato di nuovo la Nona di Mahler.
Il primo tempo è la cosa più splendida che Mahler abbia scritto. È l’espressione di un amore inaudito per questa terra, del desiderio di viverci in pace e di poter godere fino in fondo la natura, prima che giunga la morte. Poiché essa arriverà inesorabilmente». Così scriveva Alban Berg nel 1912 in una lettera alla moglie, Helene Nahowski. Le ultime pagine sinfoniche di Mahler testimoniano chiaramente l’influenza del più anziano verso i giovani compositori della Seconda Scuola di Vienna, Schönberg, Webern e anche Berg. In queste composizioni “estreme” – Das Lied von de Erde, la Nona Sinfonia e l’“Adagio” della Decima – il linguaggio si fa sempre più moderno e straniante: Paul Bekker parla di «stile del dissolvimento», per sottolineare il costituirsi di una prosa musicale in cui l’andamento narrativo smette di basarsi sui nessi tradizionali, tendendo alla frammentazione e a strutture nuove, ove l’aggregazione degli elementi non è esclusivamente “fattuale”, come prevedono i retaggi della forma classica, ma anche legata a un tipo di memoria che si vuole ora individuale (quindi irregolare e ondivaga) e non collettiva (governata cioè da leggi condivise). Altrettanto “estreme” sono le condizioni della genesi, che dobbiamo immaginare nella piccola casupola di legno in mezzo alla natura che Mahler abitava in estate a Toblach (Dobbiaco, sulle Dolomiti, oggi in provincia di Bolzano) dopo l’abbandono della resistenza estiva di Maiernigg, successivo alla morte della figlioletta Maria. Il primo elemento di discontinuità rispetto alla tradizione è rappresentato dalla successione dei movimenti, che parte con un Andante per chiudersi con un Adagio, sovvertendo un secolo e mezzo di sinfonismo che aveva imposto di iniziare e terminare con andamenti rapidi. Da questo punto di vista il riferimento storico non è più l’ultima sinfonia di Beethoven bensì la “Patetica” di Cajkovskij, anch’essa, seppur in modo meno appariscente, aperta e chiusa da movimenti lenti. Al ritmo spetta poi il compito di sottolineare l’idiosincrasia dell’ispirazione tematica, dal momento che – stando al parere di Leonard Bernstein (espresso durante le sue lezioni ad Harvard confluite in The Unanswered Question e condivise da una parte della musicologia) – «le prime battute sono un’imitazione dell’aritmia cardiaca»; il fatto che Mahler soffrisse di endocardite è solo la prova più evidente di come il cuore fosse al centro delle sue preoccupazioni. Nuovamente individualista è il riferimento, sempre all’interno del primo movimento, al tema della Sonata op. 81a “Les Adieux” di Beethoven, eseguita da Mahler in una giovinezza che ormai è per lui, malato a morte, un diafano ricordo: «nelle sinfonie di Mahler – scrive Hans Heinrich Eggebrecht – anche la bellezza è poderosamente amplificata, ma o viene confinata nell’esistenza di singoli episodi, o si porta appresso ciò che ne è la causa, il non-bello, come la tristezza». Quasi una ricapitolazione della poetica mahleriana, la Nona Sinfonia prevede come secondo movimento un Ländler dai toni trasfigurati, come un lontano ricordo, benché ancora vivido, testimonianza del legame, nelle partiture mahleriane, fra i suoni della natura e il canto popolare (secondo un’accezione di “popolo” assai distante dai toni vagamente dispregiativi adottati spesso nella lingua italiana). Il terzo movimento, un Rondò, è testimonianza fra l’altro, dell’accresciuto interesse di Mahler nei confronti del contrappunto imitativo, poiché contiene, all’interno del materiale tematico, anche una melodia dissonante trattata come soggetto di fuga doppia, fuga che però non è esibizione trascendentale di perizia costruttiva e identificazione poetica (come nelle ultime composizioni di Bach o Beethoven), ma riferimento quasi satirico alle leggi che hanno governato per secoli la musica occidentale, tant’è vero che l’indicazione leggibile in partitura, «Sehr trotzig» (“molto cocciuto”) sa più di parodia della musica accademica che di omaggio estremo e serioso (potendosi, in questo, ricollegare forse solo alla fuga che conclude il Falstaff di Verdi). Il quarto movimento, misto di estrema riservatezza ed elegiaca innodia, contiene, quasi fosse un estremo gesto di commiato, un passaggio dei violini che citano una melodia tratta dai Kindertotenlieder, il cui testo recita «Der Tag ist schön Auf jenen Höhn» (“La giornata è bella su quelle alture”). Nel panorama sinfonico mahleriano, la Nona ha avuto particolare fortuna nella storia dell’interpretazione, ricevendo precoce attenzione da parte di molti fra i direttori d’orchestra paradigmatici del Novecento e delle etichette discografiche: la prima esecuzione commercializzata risale al 1938 (Naxos), con un “live” dei Wiener Philharmoniker diretti da Bruno Walter, antesignano degli estimatori di Mahler. Di seguito, in anni di relativa disattenzione verso il compositore, è notevole la prima edizione in studio incisa da Jascha Horenstein nel 1953 (Vox). Nel 1961 inizia per la Nona di Mahler l’era della stereofonia, con la seconda incisione di colui che battezzò anche la prima assoluta nel 1912, cioè Bruno Walter, stavolta con la Columbia Symphony Orchestra, per un disco di ampia diffusione (Sony). La successione degli interpreti venuti dopo è impressionante, specialmente se vista in rapporto alla frequentazione di altre composizioni mahleriane: John Barbirolli coi Berliner (1964, Emi); Otto Klemperer con la New Philharmonia (1967, Emi); George Szell con la Cleveland Orchestra (1969), Bernard Haitink col Concertgebouw di Amsterdam (1970, Philips), fino ad arrivare alla completa riscoperta e consacrazione concertistica e discografica di Mahler ad opera prima di Leonard Bernstein (a partire dal 1979, Deutsche Grammophon), poi di molti altri direttori storici, a cominciare da Claudio Abbado e Pierre Boulez (Deutsche Grammophon).
Archivio spettacoli stagione 2011


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