Concerto, 9 marzo 2011, ore 20.30

Direttore Pietari Inkinen
Mezzosoprano Christine Rice
Orchestra del Teatro Massimo

Durata
80 minuti con intervallo


Programma
Gustav Mahler
Lieder aus Des Knaben Wunderhorn
- Rheinlegendchen ("Piccola leggenda del Reno")
- Trost im Ungluck ("Consolazione nella disgrazia")
- Verlorne müh ("La pena perduta")
- Das irdische Leben ("La vita terrena")
- Wo die schönen Trompeten blasen
("Là dove squillano le belle trombe")
- Des Antonius von Padua Fischpredigt
("La predica ai pesci di Sant'Antonio da Padova")
- Lied des Verfolgten im Turm
("Canto del prigioniero nella torre")
- Der Tamboursg'sell ("Il tamburino")
- Urlicht ("Luce primordiale")


Gustav Mahler
Sinfonia n. 1 in Re maggiore “Titano”
- Langsam. Schleppend. Immer sehr gemächlic
(“Lentamente. Strascinando. Tutto molto trattenuto”)
- Kräftig bewegt, doch nicht zu schnell
(“Vigorosamente mosso, ma non troppo presto”)
- Feierlich und gemessen, ohne zu schleppen
(“Solenne e misurato, senza strascinare”)
- Stürmisch bewegt. Energisch
(“Agitato tempestoso. Energico”)
Note
Fra il 1888 e il 1901 Mahler scrive una ventina di Lieder e alcuni movimenti di sinfonia utilizzando versi tratti dalla raccolta Des Knaben Wunderhorn (“Il corno magico del fanciullo”), comprendente oltre cinquecento testi raccolti dai poeti romantici Achim von Arnim e Clemens Brentano. Mahler si serve di alcune fra queste poesie mettendo l’accento sulla loro dimensione talora drammatica, talatra ironica, tentando di farne i tasselli di un mosaico che componesse il proprio mondo espressivo. I Lieder – dominati da atmosfere militari, suoni della natura e storie popolari – che non confluiscono nelle prime sinfonie (la Seconda, la Terza e la Quarta), vengono editi in tre pubblicazioni indipendenti (1892, 1899 e 1905). Nella selezione proposta, si va dal valzer fluido e leggero (da cui affiora il sorriso di Johann Strauss) che accompagna la “Rheinlegendchen” in quattro strofe, all’ironia di “Trost im Unglück” e del più popolaresco “Verlor’ne Müh’”; ben diverso il clima di “Das irdische Leben”, un «mormorio febbrile» (de La Grange) che accompagna il drammatico racconto di un bambino affamato che soccomberà prima di ricevere il pane da sua madre. L’ambientazione militare torna in “Wo die schönen Trompeten blasen” dove tutto è venato dall’atmosfera notturna: un giovane soldato (reso dagli archi) consola l’amata in lacrime (i fiati) per la sua imminente partenza. La leggenda di Sant’Antonio che predica ai pesci ispira invece un Lied caratterizzato dal flusso incessante dell’acqua e dalla “danza” dei pesci che nuotano indifferenti (sulla stessa idea Mahler costruisce lo “Scherzo” della Seconda Sinfonia). Ancora il clima militaresco avvolge il “Lied des Verfolgten im Turm”: un soldato prigioniero confronta la sua condizione con quella ideale dei pensieri, unica libertà che gli è rimasta, in attesa della liberazione che gli darà la morte. Pubblicato coi Rückert-Lieder, “Der Tamboursg’sell” racconta di un disertore: il suo avvio alla morte è accompagnato da un’orchestrazione priva di timbri chiari, che incede pesantemente verso il finale, «Gute Nacht» (“buona notte”). «In questi quadri di santi e in queste leggende, in queste preziose, ruvide, divertenti e paurose storie di soldati, in queste fiabe e idilli amorosi Mahler ha espresso la sua intima comunione con animali e fiori, acque mormoranti e nubi in volo, così come ha espresso la sua filosofia nel simbolo più semplice o in una caricatura umoristica» (Richard Specht). “Urlicht”, Lied confluito nel quarto movimento della Seconda Sinfonia per il quale Mahler prescrive «Sehr feierlich aber schlicht» (“Molto solenne ma semplice”) rappresenta la toccante voce della fede che risuona all’orecchio di Dio: «vengo da Dio e a Dio voglio tornare». Ispirata al romanzo Il titano di Jean Paul e completata nella sua prima versione entro il 1888, quella che oggi conosciamo come Sinfonia n. 1 di Gustav Mahler è il graduale risultato cui l’autore pervenne entro il 1894, trasformando l’iniziale progetto di un poema sinfonico (eseguito a Budapest nel 1889) in sinfonia di derivazione classica (eseguita a Berlino nel 1896 e pubblicata nel 1899), rendendo via via più allusivo il programma letterario che all’inizio lo aveva ispirato. Trattandosi della sinfonia più breve tra quante Mahler ebbe modo di scrivere e di quella dall’organico più in linea con la tradizione del Romanticismo maturo, l’opera può essere vista come una sorta di trampolino verso gli esiti colossali sul piano dell’orchestrazione e oceanici quanto a durata, proporzioni e allargamento della forma, che l’autore abborderà dalla partitura successiva in avanti. Tuttavia per illustrare con più pertinenza la genesi e le caratteristiche di questo capolavoro sinfonico, senza appiattirlo in una prospettiva di opera preparatoria bensì riconoscendone la portata di monumento che liquida il sinfonismo ottocentesco, bisogna riconoscerne le radici dalle quali ebbe modo di germogliare: innanzitutto, nel primo movimento, l’evocazione delle voci della natura (esito estremo di un filone riconducibile sino a Beethoven e Weber) che prelude al tema principale, già adoperato nel secondo dei “giovanili” Lieder eines fahrenden Gesellen (“Ging heut’ morgen über Feld”). A seguire, all’epoca delle prime esecuzioni dell’opera, la partitura comprendeva anche un brano dal titolo Blumine scritto originariamente per le musiche di scena su Der Trompeter von Säckingen di Joseph Scheffel, andate perdute ad eccezione di questo brano. Il secondo movimento conduce l’ascoltatore in un danzante tempo di 3/4, il cui materiale tematico risulta fortemente “austriaco”, quasi un’eco dei Ländler di così frequente ascolto a Vienna e lungo l’arco alpino. Ancora popolaresco è il terzo movimento, basato sulla canzone popolare francese Frère Jacques (nota in italiano come Fra’ Martino Campanaro) il cui tema viene adoperato in canone stratificando gli ingressi in un crescendo che, raggiunta la massima imponenza, si va progressivamente spegnendo. La volontà caricaturale di questo stratagemma venne descritta da Mahler a Natalie Bauer-Lechner che ne ricorda così le parole: ci si deve immaginare che la musica funebre del “Bruder Martin” venga cupamente suonata da una pessima orchestrina, come quelle che di solito seguono i funerali. In mezzo a ciò risuonano tutta la brutalità, la gaiezza e la banalità del mondo nella musica di un’orchestrina di musicanti boemi che si intromette, e insieme il lamento tremendamente doloroso dell’eroe. Fa un effetto sconvolgente nella tagliente ironia e della sfrenata polifonia, in particolare quando, dopo la sezione centrale, vediamo ritornare il corteo della sepoltura e l’orchestrina funebre intona la solita “gaia melodia” (che qui penetra nelle ossa). Marziale e risoluto è invece il quarto movimento, che tiene stretto un intreccio di elementi tematici tramite l’adozione della forma sonata. L’ambizione formale di quest’ultima parte, di non facile comprensione a prima vista, rivela in Mahler non tanto l’influsso di Bruckner, quanto quello di Berlioz, Liszt e Wagner, così rivoluzionari, quanto anche Mahler volle esserlo, nell’uso della strumentazione e, soprattutto nel caso di Wagner, così propensi allo sfruttamento della cultura nazionale, dove il ricorso a Jean Paul sta a Mahler come quello di Goethe sta a Schubert.

Archivio spettacoli stagione 2011


©2011 Fondazione Teatro Massimo piazza Verdi 90138 Palermo | p.iva 00262030828         Il Teatro Massimo è su        Vota il nostro sito su Google con


Credits
| Contatti | English Version |