Concerto, 6 febbraio 2011, ore 18.30

Direttore e violino solista Shlomo Mintz
Orchestra del Teatro Massimo


Programma

Wolfgang Amadé Mozart
Concerto per violino e orchestra in Sol maggiore Kv. 216

Wolfgang Amadé Mozart
Concerto per violino e orchestra in Re maggiore Kv. 218

Franz Schubert
Sinfonia n. 9 in Do maggiore Dv. 944 “La Grande”



Durata
Il concerto ha una durata di circa due ore.
Note
Figlio di Leopold (1719-1787), massimo teorico e didatta del violino classico, Wolfgang vantò una familiarità con lo strumento ad arco risalente alla primissima infanzia. Come racconta l’amico di famiglia Johann Andreas Schachtner «stavamo per suonare un trio, papà [Leopold] facendo il basso con la viola, il signor Wenzl al primo violino e io al secondo. Wolfgang allora chiese di suonare lui la mia parte [col piccolo strumento che gli era stato appena regalato] ma suo padre glielo negò dicendogli che gli mancavano ancora i più elementari rudimenti. Allora Wolfgang rispose: “non c’è bisogno di studiare per suonare il secondo violino” e quando suo padre insistette per mandarlo via, io gli offrii di suonare con me. Alla fine Leopold disse: “suona col signor Schachtner, ma pianissimo, che non ti si possa neppure sentire, altrimenti va via”. Fu quindi stupefacente vedere come invece fui io a risultare superfluo, tanto che, quasi subito, lasciai il mio strumento e vidi nel volto di Leopold scorrere lacrime di commozione». Era il 1763 e Wolfgang avrebbe compiuto di lì a poco sette anni. Wolfgang dedicò quindi allo strumento paterno – oltre a un cospicuo repertorio cameristico – anche cinque Concerti (K 207 in Si bemolle maggiore, K 211 in Re maggiore, K 216 in Sol maggiore, K 218 in Re maggiore e K 219 in La maggiore), tutti appartenenti al periodo salisburghese seguito al terzo e ultimo viaggio in Italia (1775), dove probabilmente aveva avuto modo di ascoltare alcuni esponenti della gloriosa scuola violinistica locale, oltre che di perfezionarsi nella scrittura per il teatro che avrebbe influito anche sul trattamento degli strumenti. Brani scritti per esigenze concertistiche personali, i Concerti per violino di Mozart attrassero sin da subito l’attenzione di altri interpreti, come per esempio Antonio Brunetti (1735-1786), musicista della corte salisburghese che fu primo interprete di altre pagine violinistiche di Mozart, come il Rondo K 373. Il Concerto in Sol maggiore K 216 e il Concerto in Re maggiore K 218 sono stati scritti a partire dal 1775 e risentono di altre composizioni che erano sulla scrivania dell’allora diciannovenne Wolfgang, come Il re pastore del quale viene sfrutta la melodia dell’aria “Aer tranquillo e dì sereni”. Caratteristica saliente dei concerti per violino di Mozart, come anche del suo approccio complessivo alla prassi concertistica con orchestra, è la ricerca di un equilibrio peculiare tra magistero compositivo (riconoscibile specialmente da parte di chi ha una formazione musicale tecnica) e immediata piacevolezza anche presso gli ascoltatori meno eruditi. Viste in questa prospettiva, le parentele tra il materiale dei concerti per violino e quello di altro coevo materiale per il teatro d’opera costituiscono un’ibridazione che va oltre il riutilizzo del materiale temati- co, per spingersi fino al ricalco di strutture formali, come quella dell’aria d’opera che, in ambito concertistico, mostra il violino solista in dialogo con l’orchestra come fosse un cantante che agisce sulla scena. Pare che l’ultima Sinfonia di Schubert sia stata scoperta da Robert Schumann il quale, nel 1838, durante un viaggio a Vienna, visitato il cimitero di Währing, notò che, mentre la tomba di Beethoven era curata e adorna, quella di Schubert appariva abbandonata e spoglia. Decise quindi di recarsi a casa del fratello di Franz Schubert, Ferdinand, che gli mostrò ciò che il compositore, morto proprio in casa sua, gli aveva lasciato: alcune reliquie cartacee apparentemente senza valore. Fra quelle carte Schumann trovò anche il manoscritto della “Grande” che, come tutte le altre sinfonie di Schubert, non venne mai eseguita vivente l’autore ma, prima di cadere nel momentaneo oblio, fu ascoltata a pochi mesi dalla scomparsa dell’autore nella Landständischer Saal di Vienna. D’accordo con Ferdinand Schubert, Schumann inviò la partitura al Gewandhaus di Lipsia il cui direttore, Felix Mendelssohn, la affidò all’editore Breitkopf und Härtel e la diresse con la sua prestigiosa orchestra il 21 marzo 1839. La partitura venne poi pubblicata nel 1840 come “Sinfonia n. 7”, quindi numerata come “8” nel catalogo di Otto Deutsch e infine come “9” in relazione alle successive acquisizioni sull’autore e alla cronologia rispetto alle sua altre composizioni sinfoniche. Il primo movimento di questa Sinfonia in Do maggiore, Andante, può difficilmente essere descritto solo come un’introduzione, data la solenne nobiltà del suo incedere che, dopo il richiamo dei corni, confluisce nell’Allegro, a sua volta caratterizzato da una vitalità ritmica spettacolare anche in relazione alla stessa produzione schubertiana. Il successivo Andante con moto, tragico e dolente, sembra quasi ricavare le proprie melodie dai Lieder della Winterreise e procede, secondo la cifra stilistica principale del genio viennese, nell’ambivalente giustapposizione di modo maggiore e minore. Lo Scherzo con Trio è di carattere danzante, quasi fosse l’estremo ricordo delle tante improvvisazioni di ballabili al pianoforte, suonate per gli amici da un musicista verso il quale la vita fu tremendamente avara. Il Finale, Allegro vivace, di proporzioni monumentali rispetto al consueto repertorio sinfonico dell’epoca, si slancia con energia e toni addirittura eroici, giustificando enfaticamente la perentoria ed entusiastica affermazione di Schumann che vide in questo brano la massima espressione sinfonica composta dopo la morte di Beethoven.

Archivio spettacoli stagione 2011


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