3 giugno 2010, ore 20.30

Direttore Andrea Battistoni
Pianista Louis Lortie
Orchestra del Teatro Massimo
Programma
Modest Musorgskij
Una notte sul Monte Calvo

Pëtr Il'ič Čajkovskij
Concerto n. 1 in si bemolle minore per pianoforte op. 23
Allegro non troppo e molto maestoso
Andantino semplice
Allegro con fuoco

*******************

Pëtr Il'ič Čajkovskij
Sinfonia n. 6 in si minore op. 74 "Patetica"
Adagio - Allegro non troppo
Allegro con grazia
Allegro molto vivace
Finale - Adagio lamentoso
Durata
I parte 47 minuti
Intervallo 20 minuti
II parte 50 minuti
Note

Versione stampabile [PDF]

Ivanova noch’ na Lïsoy gore, letteralmente, “La notte di San Giovanni sul Monte Calvo”, è un poema sinfonico scritto da Musorgskij nel 1867. L’anno prima il compositore ne aveva informato il collega Milij Balakirev definendolo «per forma e carattere, russo e originale; e spero che arrivi a dare l’impressione di esprimere pienamente la verità storica e la tradizione popolare russa, altrimenti avrò fallito. L’ho scritto in fretta, buttandolo subito giù in partitura senza alcuno studio preliminare, in dodici giorni. Ci ho lavorato giorno e notte con la netta percezione di cosa stava accadendo dentro di me. Finché, adesso, mi trovo tra le mani un prodotto russo indipendente, libero da qualsiasi maniera tedesca, cresciuto sul suolo della nostra patria e nutrito a pane russo». La struttura del brano è bipartita: la prima sezione insiste sui contrasti dinamici e sul modo minore, la seconda, più distesa, è in modalità maggiore. Come molte delle folgoranti idee di Musorgskij, anche questo poema sinfonico venne rielaborato e orchestrato da altri musicisti, a cominciare da Nikolaj Rimskij-Korsakov, che ne stilò una versione, come suo consueto, più edulcorata e ortodossa nelle soluzioni armoniche e nell’uso pur assai ricco degli strumenti. Due utilizzi cinematografici hanno poi reso celeberrima la partitura nel Novecento: la colonna sonora di Fantasia di Walt Disney, diretta da Leopold Stokowski, e la rielaborazione con ritmo da disco-music (ma armonie e melodia intatte) preparata da David Shire per Saturday Night Fever (“La febbre del sabato sera”) di John Badham.

Nel 1874 Čajkovskij invitò Nikolaj Rubinstein, grande pianista e influente didatta, ad ascoltare in forma privata il suo Primo Concerto per pianoforte e orchestra, perché avrebbe voluto che fosse lui l’interprete del debutto. Le reazioni di Rubinstein furono comunque assai fredde: «neanche una parola, neanche un commento! Il silenzio eloquente di Rubinstein ebbe per me un tremendo significato. [...] Comunque non rivedrò nemmeno una nota e pubblicherò il concerto così com’è!», scrisse poco dopo il compositore; pare invece che l’originale dedicatario ebbe a dire: «indubbiamente nel Concerto ci sono alcuni passaggi dai quali anche il più grande virtuoso è felice di poter uscire indenne». Fu quindi il pianista e musicologo Hans von Bülow, nuovo dedicatario, a eseguire per primo il Concerto, e non su una piazza russa o europea bensì, il 13 ottobre 1875, a Boston; a Mosca l’opera venne esegita un mese dopo con Gustav Kross al pianoforte e Eduard Napravnik sul podio. Caratteristica saliente dei tre movimenti, che suscitarono giudizi ambivalenti da parte del pubblico e della critica contemporanei, è il tentativo “modernista” di integrazione tra parte solistica e tessitura orchestrale, secondo una concezione che, ponendo il virtuoso su un piano non di totale indipendenza ma di fusione con il “tutti”, ripercorre un sentiero all’epoca già battuto solo da Johannes Brahms nei suo concerti per pianoforte. La fortuna novecentesca di questo brano, soprattutto del suo “epico” primo movimento, è stata immensa, venendo interpretato da tutti i più celebri artisti, da Horowitz e Toscanini in poi, e assurgendo, tra Occidente e Unione Sovietica, a simbolo ora della Guerra Fredda, ora dei ripetuti tentativi di “disgelo”.

Nel febbraio 1893 Čajkovskij scrive all’amico Vladimir “Bob” Davydov: «Desidero informarti delle liete condizioni di spirito in cui ora lavoro. Tu sai già che in febbraio ho distrutto una sinfonia in parte scritta e in parte perfino orchestrata. Ho fatto bene, perché conteneva ben poco di buono. Non era altro che un gioco di suoni vacuo, privo di ispirazione. Ma durante il mio vaggio mi è venuta l’idea di una nuova sinfonia, questa volta a programma. Ma il programma resterà un enigma per tutti. Agli altri scoprirlo! Si chiamerà dunque Sinfonia a programma (n. 6). Si tratta comunque di un programma profondamente soggettivo. Spesso mi è capitato di piangere, quando nel corso delle mie peregrinazioni la componevo nel pensiero. Ora che sono tornato ne sto buttando giù l’abbozzo. Lavoro così in fretta con tanta foga, che in meno di quattro giorni ho terminato il primo tempo, e il resto si sta già delineando chiaramente in me. Anche metà della terza parte è già pronta. La concezione della Sinfonia è del tutto nuova; fra l’altro, il finale non sarà un trionfale allegro, ma un languido adagio. Non puoi immaginarti fino a che punto io gioisca nel constatare che la mia stagione non si è ancora esaurita, che sono ancora in grado di lavorare. Non parlarne con nessuno, ti prego, tranne che con Modest [fratello minore del compositore, drammaturgo e librettista]».

La prima esecuzione della “Patetica” ebbe luogo il 16 ottobre 1893 presso la “Sala delle riunioni nobili” di San Pietroburgo, sotto la direzione dell’autore; vi assistette, fra gli altri, anche il giovanissimo Igor Stravinskij. A livello formale questa Sinfonia corrisponde a una presa di posizione assai netta e di rottura rispetto alla forma classica, specialmente perché pone in chiusura un maestoso Adagio, quasi un’elegia funebre, anziché il movimento rapido che tipicamente ci si aspetterebbe; un finale nel quale il musicista non viene innalzato in un solenne Empireo (come nelle chiusure delle sinfonie beethoveniane e post beethoveniane) ma che lo vede ritrarsi progressivamente, fino a “uscire di scena”. In diversi punti della partitura affiorano il passato musicale del compositore (sotto forma di reminiscenze della Dama di picche) e il suo rapporto con la tradizione russa (alcuni spunti melodici tratti dalla Messa russa dei morti). Riguardo alle possibilità di una trama “programmatica” sottesa all’intera partitura, un documento dello stesso Čajkovskij apparso postumo sembra darne spiegazione: «il motivo sotterraneo è la vita, con la sua antitesi: il primo movimento è soltanto passione, fiducia, slancio vitale; il secondo movimento raffigura l’amore; il terzo la fine delle illusioni per l’incalzare minaccioso delle forze del male; il quarto è la morte, cioè l’annientamento della Vita».
Floriana Tessitore