Venerdì 5 febbraio 2010, ore 20.30

Concerto

Pianoforte Rudolph Buchbinder
Direttore Sascha Goetzel


Orchestra del Teatro Massimo

Programma

Ludwig van Beethoven (Bonn 1770 - Vienna 1827)
"Egmont" Ouverture op. 84
Sostenuto ma non troppo - Allegro con brio

Concerto n. 4 in Sol maggiore op. 58
per pianoforte e orchestra

Allegro moderato
Andante con moto
Rondò. Vivace

***
Concerto n. 5 in Mi bemolle maggiore op. 73
per pianoforte e orchestra "Imperatore"

Allegro
Adagio un poco mosso
Rondò. Allegro ma non troppo

Note

Beethoven ricevette l'incarico di comporre le musiche di scena per l'Egmont di Goethe dal direttore dello Hoftheater di Vienna nel 1809; il dramma che, a sua volta, era stato scritto nel 1787 ammettendo al suo interno l'esecuzione sia di Lieder sia di brani strumentali, non era mai andato in scena nella capitale asburgica e l'occasione di rappresentarlo con le musiche del più famoso compositore attivo allora in città era imperdibile. Beethoven e Goethe non si conoscevano di persona e fu l'esperienza di Egmont ad avvicinarli tramite l'intercessione di Bettina Brentano, amica e corrispondente di entrambi. Il musicista, ammiratore di Goethe, gli scrisse fra l'altro una lettera che descrive con sintesi efficace il suo operato: "riceverà quanto prima tramite Breitkopf und Härtel le musiche per Egmont, quello stupendo Egmont su cui attraverso di Lei ho ancora riflettuto e che ho sentito e messo in musica con lo stesso ardore provato nel leggerlo. Ho un gran desiderio di conoscere il Suo giudizio sulla mia composizione. Anche il Suo biasimo potrà solo giovare a me e alla mia arte e verrà accolto con altrettanto piacere, come la lode più grande" (lettera n. 493, 12 aprile 1811).
Del Quarto concerto non sono sopravvissuti manoscritti autografi e la fonte più importante è il manoscritto di un copista con correzioni di Beethoven oggi conservata presso la Gesellschaft der Musikfreunde di Vienna. L'importanza di tali fonti per l'interpretazione della musica di Beethoven è rilevante: il compositore, infatti, produceva una sola partitura autografa con molte modifiche; da quella un copista ricavava una bella copia sulla quale Beethoven correggeva eventuali errori e aggiungeva dinamiche e altri segni prima che fosse data all'editore per la prima edizione. Vista la non rara frequenza di errori di stampa nelle edizioni, spesso è proprio la copia con correzioni autografe a essere la fonte più autorevole. La parentesi "filologica" s'impone, specialmente nel caso degli ultimi concerti per pianoforte di Beethoven, perché in entrambi i casi furono opere nelle quali l'autore tentò di porsi come pianista virtuoso "razionale", senza cioè approfittare di ogni spunto possibile per esibirsi in cadenze, a evidente danno della correttezza del discorso musicale.
La partitura del Quarto concerto per pianoforte e orchestra (dedicata all'Arciduca Rodolfo d'Austria) venne eseguita in forma privata presso il principe Lobkowitz nel marzo del 1807 e in pubblico il 22 dicembre del 1808, debuttando insieme alla Quinta e alla Sesta sinfonia. Tre le caratteristiche salienti di quest'opera: l'idea di cominciare subito con lo strumento solista anzichè con la convenzionale estesa introduzione orchestrale; una piu stretta relazione tra pianoforte e orchestra, avviando un processo di rottura delle tradizionali alternanze tra solo e tutti; il passaggio tra secondo e terzo movimento senza soluzione di continuità. Fra i concerti per pianoforte di Beethoven, il Quarto spicca per la

vocazione cameristica dell'orchestrazione che, adoperando gli aggettivi consueti del vocabolario beethoveniano, si discosta sia dal sinfonismo "militaresco" del concerto precedente, sia da quello "titanico" del successivo.
Beethoven iniziò a lavorare al suo Quinto concerto per pianoforte (nuovamente dedicato all'Arciduca Rodolfo) all'inizio del 1809, poco dopo la serata nella quale aveva eseguito il Quarto e la Fantasia corale, e nella nuova opera si spinse fino a dare esplicite istruzioni affinchè non si eseguisse alcuna cadenza imprevista. Le indicazioni si resero necessarie perché la parte solistica del debutto non toccò al compositore ma a due suoi allievi. Il concerto ebbe infatti il suo trionfale debutto a Lipsia il 28 novembre 1811 con Johann Friedrich Schneider al pianoforte e a Vienna l'11 febbraio 1812 con l'ìapostoloî beethoveniano Carl Czerny. A beneficio di questi due pianisti, come di tutti quelli che sono loro seguiti, Beethoven, convinto dall'aumentata sordità ad astenersi dall'esecuzione concertistica, precisò in italiano sulla partitura, tra secondo e terzo movimento: "Non si fa una Cadenza, ma s'attacca subito il seguente".
Il primo movimento comincia con tre massicci accordi dell'orchestra, ciascuno seguito da una lunga fioritura del pianoforte; il grandioso tema di apertura, marziale e ricco di ottoni e percussioni, introduce la figura che poi giocherà un ruolo essenziale nel prosieguo del brano, seguita da un tema in tonalità minore. L'osmosi tra solo e tutti fa di questo movimento un "concerto nel concerto", poiché il pianoforte viene anche impegnato in figurazioni accompagnamentali nei confronti dell'orchestra costituite da scale e arpeggi. L'Adagio, in Si maggiore, ricorda il secondo tema del primo movimento e consiste in una serie di varianti del materiale tematico iniziale. Anche qui il finale viene raggiunto senza soluzio- ne di continuità, apparendo la figura iniziale del Rondò già prima che l'Adagio sia completamente finito. Il tema principale è caratterizzato da ritmi energici sia del pianoforte che dell'orchestra (nella quale sono tornati i timpani e gli ottoni). Il brano venne ascoltato con entusiasmo a Lipsia e indifferenza a Vienna dove la sua lunghezza (il primo movimento da solo è lungo quasi il doppio degli altri due) probabilmente non andò incontro alle aspettative del pubblico.
La fortuna di questo concerto - al quale fu dato l'abusivo appellativo di "Imperatore" dopo la morte dell'autore - unita alla mitopoiesi romantica del genio beethoveniano riecheggiano in molta produzione concertistica per pianoforte di compositori, appartenenti sia alla "generazione romantica" sia a quella tardoromantica, che dal Quinto trassero numerosi spunti, come nel caso di Schumann e Grieg ma anche Liszt, Brahms, Čajkovskij.

Un concerto ove lo strumento solista, da protagonista o antagonista, com'era nei concerti di Mozart o nei primi di Beethoven, diviene "voce principale" di un componimento schiettamente sinfonico.