Giovedì 28 gennaio 2010, ore 20.30

LA CANZONE NEL TEMPO

Voci Daniela Dessì e Francesco Renga
Direttore Marco Boemi


Orchestra del Teatro Massimo

Programma

Voci Daniela Dessì [d] e Francesco Renga [r]

Zappatini / Renga 
Uomo senza età [dr]

Mariano / Don Backy / Mogol 
L’immensità [r]

Isola / Mogol / Limiti 
La voce del silenzio [r]

Pallavicini / Donaggio 
Io che non vivo (senza te) [r]

Tosti / D’Annunzio 
‘A vucchella [d]

Tosti / Errico 
Non t’amo più [d]

Tosti / Pagliara 
Malia [d]

Tosti / D’Annunzio 
L’alba separa dalla luce l’ombra [d]

Leoncavallo 
Mattinata [d]

Rota 
Suite da “Il Gattopardo”

Gastaldon / Flick Flock 
Musica proibita [dr]

De Curtis / Furnò 
Non ti scordar di me [dr]
Fontana / Del Monaco 
L’ultima occasione [r]

Battisti / Mogol 
La mente torna [r]

Aznavour / Kretzmer 
Lei [r]

Zappatini / Renga 
Angelo [r]

Puccini / Panzacchi 
Terra e mare [d]

Puccini / Adami 
Morire [d]

Puccini / Illica 
Canto d’anime [d]


Leoncavallo / De Curtis 
Torna a Surriento [d]

Rota 
La passerella d’addio da “8 1/2”

Rota 
Nadia da “Rocco e i suoi fratelli”

Rota 
Galop da “Prova d’orchestra”

Ferilli / Maggio 
Un amore così grande [dr]

Note
Oh quanto è dolce quella melodia!
Oh com’ è bella, quanto m’ è gradita!
Ch’io la canti non vuol la mamma mia:
Vorrei saper perché me l’ha proibita?

Stanislao Gastaldon (Flick Flock), Musica proibita.

La definizione secondo la quale «un genere musicale è un insieme di fatti musicali, reali e possibili, il cui svolgimento è governato da un insieme definito di norme socialmente accettate» (Fabbri), è una delle più comuni circa il concetto di “genere musicale”, concetto che in realtà ammette sfumature estremamente differenziate, tendenti a identificare “sottogeneri” entro ciascun “genere” e “fatti musicali” che diano ragione della realtà imprescindibile secondo la quale è luogo comune che una musica sia considerata “classica” e un’altra “popular”, anche se l’appellativo, di volta in volta, non è che una vulgata etichetta. In teatro, specialmente in un teatro d’opera, si va per ascoltare la cosiddetta “opera lirica”, altra etichetta apposta su tutto ciò che si fa coi cantanti in costume, sul palcoscenico e con l’orchestra in buca guidata da un direttore.
La “musica leggera”, oggi più propriamente definita dai musicologi “popular music” è una forma d’arte che, se fatta dal vivo, solitamente è destinata ad altri spazi sonori, luoghi aperti, stadi, piazze ecc., oppure agli spazi mediatici del videoclip e della discografia di consumo.
Molti amanti della musica “classica” dicono che a loro non piace la musica “leggera” perché individuano in quella leggerezza un disvalore, perché ritengono che le manchi quel “peso specifico” (altra locuzione abusata) che invece hanno immancabilmente i “grandi classici”, questi sì, degni del teatro (di quello con la T maiuscola).
Se si parla con un amante della musica “leggera”, probabilmente dirà: «la musica classica? Pesante!», meglio l’altra, quella che si ascolta dappertutto e – canta che ti passa – alleggerisce le fatiche e le preoccupazioni.
Sembrerebbero due universi paralleli, destinati tutt’al più a guardarsi in cagnesco, l’uno pavoneggiandosi della sua autoproclamata superiorità culturale, l’altro facendo “pesare” l’entità quasi plebiscitaria della sua popolarità (secondo un rapporto del 2008 della fimi – Federazione Industria Musicale Italiana – relativo al nostro paese, la popular music italiana costituisce il 56% degli acquisti, la popular music internazionale si attesta sul 39% mentre la classica è al 5%, dato sostanzialmente stabile da molti anni).
D’altro canto non si contano i tentativi del partito del “peso” di scrollarsi di dosso un po’ di zavorra invocando per sé la “popolarità” di alcuni autori e titoli: così Verdi e Puccini, per esempio, sono fra i più “popolari” autori della musica classica... mentre sull’altro fronte si fa la fila in attesa di essere annoverati fra i “grandi classici” della musica leggera. Senza contare che ci sono da sempre autori che sono rimasti con noncuranza a cavalcioni di un genere e dell’altro, come il remoto Du Fay che intonava messe cantate su temi profani (leggeri? chissà), i venerabili Beethoven e Berio alle prese con melodie popolari e folksong, come The Doors sedotti da Albéniz o Tommy Dorsey che si rifà a Rimskij-Korsakov o ancora i Village People a Pachelbel ecc. ecc. in una lista vertiginosa.
In realtà ai musicisti interessa il più delle volte “solo” far musica, lasciando agli ascoltatori il compito di giudicare, di apprezzare, di disprezzare, di amare, odiare e, come sempre tra amore e odio, di essere gelosi e talora anche un tantino ostili con chi sconfina. Che dire, per esempio, delle romanze da salotto di Francesco Paolo Tosti? Loro è il posto di riguardo nel salotto buono di chi le adora da più di un secolo; loro è la sbrigativa liquidazione di chi, a partire dal primo Novecento, ha visto nelle espressioni culturali salottiere l’espressione parassitaria della cultura borghese, di un sistema che agisce solo in funzione dell’affermazione di se stesso e del suo status. Ma non è forse stato così anche per molti altri repertori precedenti e successivi? Certamente lo si può affermare per i legami strettissimi tra musica e mondo aristocratico intrecciati in Occidente fino almeno all’abbattimento dell’Antico Regime. In parte lo si può affermare per certe avanguardie puritane intese a porre se stesse su un “alto” piedistallo dal quale scrutare, sulla base di un sistema di “ideologie del sospetto”, i borghesi “filistei” e la “plebe” di chi si pasce nella musica “bassa”.
Segregare aprioristicamente quanto di materialmente palpabile percepiamo nelle espressioni musicali “leggere” significa negare l’evidenza fenomenica degli impulsi ritmici e di un’espressività immediata che, paradossalmente, sono sempre stati gli obiettivi di ogni richiamo alla classicità – dal classicismo rinascimentale che fu culla del teatro d’opera al classicismo winkelmanniano; significa far finta di non vedere come la figura di Nino Rota (allievo di Ildebrando Pizzetti, che fu maestro anche di Franco Donatoni) sia migrata da un genere inizialmente visto con forti sospetti di “bassezza” – cioè la musica da film, apparentemente destinata al mero commento delle immagini – in capitolo autonomo del Novecento musicale che va da Prokof’ev a Morricone passando attraverso Weill, Korngold, Castelnuovo-Tedesco, Tiomkin, Mancini, Williams. Puro e impuro, alto e basso, in un certo senso anche classico e leggero o (popular) sono concetti il cui apparentemente inconciliabile dualismo è necessario e possibile superare riconoscendo la perenne «coesistenza delle strutture astratte e delle materie in movimento, della conoscenza pura e degli affetti: perché la musica è un miscuglio che ha vita soltanto in queste tensioni e attraverso di esse, e sono proprio queste tensioni che, lacerandola, la modificano senza posa» (Molino).