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8 novembre 2008, h 18.30

Direttore Lothar Koenigs
Pianoforte Giuseppe Andaloro

Orchestra del Teatro Massimo
 
Programma

Sergej Vasil'evič Rachmaninov
Concerto per pianoforte e orchestra n. 2 in do minore op. 18
Moderato
Adagio sostenuto
Allegro scherzando

Robert Schumann
Sinfonia n. 2 in do maggiore op. 62
Sostenuto assai - Allegro ma non troppo
Scherzo: Allegro vivace
Adagio espressivo
Allegro molto vivace

 
Note
Il concerto ha una durata complessiva di circa 100 minuti
 
Note

Dal pianoforte all’orchestra: andata e ritorno

Il Concerto per pianoforte e orchestra n. 2 in do minore fu scritto da Sergej Vasil’evič Rachmaninov in due fasi: il secondo e terzo movimento sono del 1900, il primo fu invece completato in vista della prima esecuzione dell’opera che ebbe luogo il 27 ottobre 1901 alla Società Filarmonica di Mosca con la direzione di Aleksandr Siloti (1863- 1945), cugino di Rachmaninov, col quale avrebbe condiviso, fra l’altro, la scelta dell’emigrazione in America. Il primo movimento, bitematico in alternanza di modo minore e maggiore, esibisce le tecniche esecutive per le quali il Rachmaninov pianista sarebbe stato presto acclamato fra i massimi virtuosi della scena mondiale: le successioni di massicci e rapidi accordi e l’agilità trascendentale post-lisztiana. Erano queste le doti che aveva avuto modo di sviluppare sin da giovane in un’agguerritissima classe di panoforte a Pietroburgo frequentata, fra gli altri, anche da Aleksandr Skrjabin. Il secondo movimento, fra i più conosciuti del maestro russo, è basato su una struggente melodia accompagnata dalle diverse sezioni dell’orchestra che si susseguono in una parata di timbri (prima legni, poi archi) che incornicia gli interventi del solista e la sua cadenza.
Il terzo movimento, ritmicamente correlato ad alcuni elementi del primo, si articola in un serrato dialogo tra la massa orchestrale e il solista che da sfoggio di tutta la sua bravura. L a fortuna di questo Concerto – insita nella qualità della scrittura e nella felice commistione di melodie cantabili e spettacolarità pianistica – risiede anche nei variabili procedimenti che, negli anni, ne hanno visto riutilizzare il materiale tematico. Il secondo movimento, in particolar modo, è servito da spunto per celebri arrangiamenti pop e rock, come, per esempio, la canzone “All By Myself” di Eric Carmen; Frank Sinatra ha poi adoperato materiale tratto dal primo movimento nella canzone “I Think Of You” e del terzo in “Full Moon And Empty Arms”, a dimostrazione di come la fama di Rachmaninov, icona del pianoforte “classico” negli Stati Uniti degli anni Quaranta, superasse di gran lunga i confini delle sale da concerto. Una recensione dell’epoca lo ricorda così: Nessuna figura più imponente del Sig. Rachmaninov ha calcato il palcoscenico in tutti questi anni. La sua altezza raggiungeva quasi la sommità della porta d’ingresso, la larghezza del suo corpo, magro, quasi vi si adattava, il vestito scuro indossato aumentava l’austerità della presenza. […] ovviamente il Sig. Rachmaninov vive molto isolato, non fa mostra di atteggiamenti superficiali ed emozioni, non è manierato col pubblico, si estrania dal mondo eccetto quando la sua musica e il suo modo di suonarla rivelano la sua persona. […] Ha dato se stesso alla musica – scrivendola, suonandola come direttore e come pianista. […] Una volta iniziato il concerto egli non osserva né ignora i suoi ascoltatori: si limita a invitarli all’ascolto. Una volta terminato il pezzo, il Sig. Rachmaninov riconosce con solenne cortesia l’applauso con cui il pubblico lo ha sommerso; torna invece, quasi immediatamente, al prossimo pezzo.
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La
Sinfonia in do maggiore op. 61 di Robert Schumann, seconda per numerazione ma terza per data di stesura, fu pubblicata nel 1847 dopo essere stata abbozzata sin dal 1845, completata l’anno dopo ed eseguita al Gewandhaus di Lipsia sotto la direzione dell’amico Felix Mendelssohn-Bartholdy al quale, poco tempo prima, aveva scritto: «Trombe e timpani girano nella mia testa da qualche giorno, ormai; non so cosa ne uscirà». Il primo movimento e lo scherzo sono un ininterrotto alternarsi di frenesia ritmica, mentre l’“Adagio espressivo” sembra voler tradurre per orchestra i colori che Schumann aveva tante volte adoperato nelle sue opere pianistiche giovanili, colori talora cupi e presaghi di quella insopprimibile malinconia che sarebbe presto sfociata prima nella depressione cronica, quindi nella follia che lo portò a morte. Nuovamente agitato, l’ultimo movimento palesa diverse parentele motiviche con i movimenti precedenti, ancora una volta cifra stilistica di un compositore che si riconosce nel tentativo di nascondere tratti melodici “profondi” entro un tessuto di primo piano più ornamentale. L’ultimo movimento di questa Sinfonia – come rilevato da diversi critici – è una delle tante testimonianze della venerazione per il modello beethoveniano, di cui qui viene citato il Lied An die ferne Geliebte op. 98, che Schumann riprese anche nella Fantasia op. 17 e nell’ultimo movimento del Quartetto op. 42 n. 2. Ma se la lettura della partitura sembra indicare in Beethoven il modello di riferimento, la consueta e straniante ambiguità di Schumann confonde nuovamente le idee dichiarando in una lettera del periodo di gestazione: «Penso a una specie di Jupiter» (alludendo quindi alla Sinfonia kv 551 di Mozart), scritta, senza alcun dubbio, in un periodo di grande sofferenza al quale Schumann stesso fece riferimento rivelando, ancora una volta in una lettera, al direttore d’orchestra George Dietrich: Ho composto questa Sinfonia mentre ero si può dire ancora malato. Mi sembra che ce se ne debba render conto all’audizione. Solo nell’ultima parte mi sentivo rinascere; e, in effetti, una volta finita l’opera, mi sono sentito meglio, ma essa mi ricorda soprattutto un brutto periodo. Sono particolarmente felice che il malinconico fagotto dell’Adagio, che vi ho inserito con tenerezza particolarissima, non le sia sfuggito.

Floriana Tessitore