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29 ottobre 2008, ore 20.30

Direttore Gabriele Ferro
Soprano Anna-Katharina Behnke
Contralto Marina De Liso
Tenore Kim Begley
Basso In-sung Sim
Maestro del Coro Miguel Fabían Martínez

Orchestra e Coro del Teatro Massimo
 
Programma

Ludwig van Beethoven
Missa solemnis in re maggiore op. 123
Kyrie
Gloria
Credo
Sanctus
Agnus Dei
 
Note

Beethoven va a messa

La Missa solemnis in re maggiore, op. 123, fu composta nel 1823 e dedicata all’arciduca Rodolfo d’Austria, come ennesimo pegno dell’amicizia che legava Beethoven al giovane aristocratico, del quale fu maestro di pianoforte e composizione. Per altro, l’ultimo dei quattordici figli di Leopoldo II d’Asburgo faceva anche parte dei mecenati che si erano impegnati a stipendiare Beethoven affinché non abbandonasse Vienna. L’occasione ufficiale che motivò la composizione di un brano sacro fu l’intronizzazione di Rodolfo ad arcivescovo di Olmütz, cerimonia sulla quale il compositore si espresse anche scrivendo all’amico:

il giorno in cui una mia messa solenne verrà eseguita durante le cerimonie in onore di V.A.I sarà il più bello della mia vita […] Dio mi illuminerà in modo che le mie deboli forze possano contribuire a glorificare quel giorno solenne.

Il fato, tuttavia – insieme alla consueta tendenza di Beethoven a ritardare nella consegna delle partiture – anticipò di quasi tre mesi la cerimonia. L’ansia dovette essere palpabile, se prestiamo fede alle parole di Anton Schindler:

se penso agli avvenimenti del 1819 e in particolare al tempo in cui il musicista stava componendo il “Credo”, se mi ritorna in mente la sua agitazione spirituale, devo riconoscere che mai, né prima né dopo quel momento di tale estraniazione dal mondo, vidi in lui qualcosa di simile […] Quando Beethoven ci apparve, il viso sconvolto da fare paura, sembrava che avesse sostenuto una battaglia per la vita e per la morte contro tutta una schiera di contrappuntisti, suoi irriducibili avversari.

Il furore e l’entusiasmo iniziale divennero in Beethoven perplessità e incertezza, tanto che la
Missa solemnis, secondo Maynard Solomon

giunse ad essere vissuta come una composizione “talismanica”, il cui valore psicologico era così mostruoso da averlo poi coinvolto, e per vari anni, in un’incredibile serie di manipolazioni economiche legate alla sua pubblicazione, tali da alienargli parecchie amicizie e procurargli una sgradevole reputazione di imbroglione.

La consultazione dei manoscritti beethoveniani è altrettanto indicativa: infatti, già in calce al “Kyrie” si legge «Von Herzen – Möge es zu Herzen gehen» (“dal cuore – Possa giungere al cuore”). Finalmente, la prima assoluta della Missa ebbe luogo – per intercessione del principe Galitzin, a Pietroburgo il 18 aprile 1824; qualche tempo dopo Beethoven ne diresse il “Kyrie”, il “Credo” e l’“Agnus Dei” nella celebre – storicamente vertiginosa – “Accademia” del 7 maggio allo Hoftheater di Vienna, dove si eseguirono anche la Nona sinfonia e l’Ouverture op. 124 “Die weihe des Hauses” (“La consacrazione della casa”). Secondo Paul Bekker, studioso beethoveniano d’inizio Novecento

la nuova materia di Beethoven era la poesia dell’idealismo trascendentale. Egli abbandona i simboli del mondo visibile che aveva usato nell’Eroica e nelle opere successive e si rivolge all’invisibile, al divino [...] la Messa divenne la seconda grande svolta della sua arte, come l’Eroica era stata la prima. La Terza Sinfonia incarna quell’idea “poetica” che Beethoven aveva cercato a tastoni nelle sue opere precedenti; la messa rappresenta la stessa idea, trasfigurata e spiritualizzata. La libertà, individuale, sociale ed etica, è consacrata ed elevata ad altezze dove ogni agire, anche se mondano, è inondato di luce ultraterrena.

Così come ci informa lo stesso Beethoven in una lettera all’Arciduca Rodolfo del luglio 1819 e nei numerosi appunti sui suoi taccuini, i suoi studi partono dalle opere sacre di Palestrina, Händel, Bach, Zarlino e Carl Philipp Emmanuel Bach: Gli antichi servono moltissimo perché hanno raggiunto un vero valore artistico […] ma la libertà e il progresso dell’arte sono il nostro vero obiettivo finale. Fra quanto è rimasto delle carte sulle quali Beethoven studiò, troviamo infatti frammenti del Messiah di Händel e del Requiem di Mozart e – secondo Lewis Lockwood – ci sono buone ragioni per credere che conoscesse anche la Messa in si minore di Bach, specialmente se prestiamo fede a una lettera scritta all’editore Breitkopf nel 1810, in cui il compositore fa esplicita richiesta di tutte le opere di C.P.E Bach e si raccomanda affinché gli venga spedita:

Una messa di J.S. Bach che ha un “Crucifixus” con un basso ostinato che è ostinato quanto Lei [e cita le note di un passaggio che non risulta essere stato pubblicato in trattati o altra letteratura].

Impossibile un ritorno imitativo al passato, è fondamentale lo sguardo moderno col quale Beethoven si volge agli stilemi del passato: la loro elaborazione audace e carica di forza fanno della
Missa solemnis l’opera traghettatrice per la musica sacra dell’Ottocento, dalla Messa di Schubert al Requiem di Berlioz e alle Messe di Liszt e Bruckner. Fra i momenti più significativi della partitura l’oscuro e concitato “Christe” costruito su un tema bachiano, il “Gloria” trepitante di giubilo, il “Credo” di matrice indubbiamente sinfonica concluso da una fuga, il celestiale “Benedictus” la cui melodia anticipa quelle degli ultimi Quartetti.

Floriana Tessitore