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1 giugno 2008, h 18.30

Soprano Andrea Rost
Mezzosoprano Stefanie Iranyi
Tenore Aldo Caputo
Basso Alex Esposito
Pianoforte Yaara Tal e Andreas Groethuysen
Harmonium Salvatore Punturo
Coro del Teatro Massimo
Direttore Miguel Fabián Martínez
 
Programma

Gioachino Rossini
Petite Messe Solennelle
per soli, coro, due pianoforti e harmonium

Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus, Agnus Dei
 
Note

Rossini va a messa
Gioachino Rossini scrisse la Petite Messe Solennelle a settantun anni, nel 1863, concependo una partitura che, fatalmente, sarebbe stata la sua ultima: di essa sopravvivono due fonti. La prima, il manoscritto autografo “di Pesaro”, si apre con una premessa che ben sintetizza l’atteggiamento di ripiegamento e fatalismo col quale l’autore vi si dedicò:
Dodici cantanti di tre sessi – uomini, donne e castrati – saranno sufficienti per eseguirla; otto per il coro e quattro solisti: in totale dodici cherubini. E Dio mi perdoni per l’ardimento di ciò che sto per dire: dodici sono anche gli apostoli nel celebre affresco dell’Ultima cena fatto da Leonardo, coloro che crederanno in lui! Ma, signore, fra i tuoi discepoli ve ne sono ugualmente alcuni che prendono delle note false, quindi sta sicuro che non ci sarà nessun Giuda alla mia cena, mentre i miei canteranno, e con amore, nulla più che le tue lodi e questa piccola composizione che sarà l’ultimo peccato mortale della mia vecchiaia. G. Rossini, Passy 1863.

E si chiude con un ultimo afflato:
Buon Dio, ecco terminata questa povera messa. Quella che ho appena finito sarà musica sacra oppure sacra musica? io sono nato per l’opera buffa, lo sai bene! Poca scienza, un po’ di cuore ed è tutto. Mostrati dunque benigno e concedimi il Paradiso. Passy 1863.

Il secondo importante testimone, il manoscritto “Pillet-Will”, fu redatto per la dedicazione (14 marzo 1864) della cappella privata del conte e della contessa Pillet-Will, amici di Rossini, nella loro residenza di Passy, vicino Parigi. Le differenze tra le due lezioni non sono di grande entità ma confermano la destinazione essenzialmente cameristica della composizione. Nonostante la Petite Messe Solennelle sia stata scritta da un compositore non più giovane e da molti anni ritirato dall’agone dei teatri, alcune sue peculiarità – come la presenza dell’harmonium in partitura – ci fanno invece apprezzare quanto Rossini si mantenesse aggiornato. Se infatti il ricorso al coro può sembrare una soluzione arcaizzante, usare l’harmonium insieme al pianoforte significava adoperare uno strumento che era stato inventato e brevettato neppure vent’anni prima. L’attenzione di Rossini nei confronti della qualità timbrica vocale e strumentale, in una dimensione raccolta, si ripercuote anche nella versione orchestrale della stessa messa che il pesarese curò personalmente, evitando così che tale tentativo fosse compiuto da altri che avrebbero, senza dubbio, stravolto lo spirito dell’opera. La messa è “solenne” perchè usa tutto il testo liturgico, impiega solisti e coro ed è ampiamente sviluppata; è al contempo “piccola” perché si serve di un limitato numero di esecutori: è proprio in questo carattere che risiede la novità e l’eccezionalità dell’opera. La prova generale dell’opera si svolse nel palazzo Pillet-Will il 13 marzo del 1864; interpreti quattro celebri cantanti del parigino Théâtre italien: le sorelle Carlotta e Barbara Marchisio – soprano e contralto preferite dal compositore – il tenore Italo Gardoni e il basso Louis Aignez. Il coro era costituito da cantori scelti fra i migliori allievi del conservatorio. Pianisti Georges Matthias – allievo di Chopin e docente del conservatorio – e Andrea Peruzzi che accompagnava spesso i cantanti nelle riunioni in casa Rossini. All’harmonium Aalbert Lavignac, che sarebbe diventato un influente teorico e docente. Rossini voltava le pagine a Matthias, il violoncellista Gaetano Braga a Peruzzi. Fra gli ospiti di questa esecuzioine “privata” numerosi compositori come Meyerbeer, Auber, Thomas, Carafa; il primo si dice che applaudisse e si agitasse come «san Lorenzo sulla gratella» (Jouvin), mentre il nervoso Auber non smise un momento di rosicchiarsi le unghie. Rossini raccolse calmo e soddisfatto i complimenti e tornò a casa a piedi. Il giorno successivo la Petite Messe fu presentata a un pubblico più numeroso e mondano. Tornarono i compositori, c’erano altri musicisti e cantanti, i critici musicali, ambasciatori, il nunzio apostolico, ministri e aristocratici. Pare che non ci fosse però l’autore: alla sua arte e alla sua ultima pagina lunghi applausi, recensioni entusiastiche e nuove onorificenze. L’anno dopo si fece un’altra esecuzione della messa in casa Pillet-Will; mai però il manoscritto uscì da quelle mura o fu pubblicato vivente il compositore. in queste prime esecuzioni la messa non comprendeva “o salutaris hostia”, parte aggiunta successivamente e affidata al soprano. Come detto, Rossini stesso preparò la versione con orchestra della Petite Messe Solennelle, si legge in alcune fonti, per evitare che qualcun altro lo facesse al suo posto: la nuova partitura fu terminata nei primi mesi del 1867, ma anch’essa non fu mai eseguita prima della morte del compositore (13 novembre 1868). La vedova, Olympe Pélissier, vendette quindi i diritti di esecuzione della versione con orchestra all’impresario Maurice Strakosch, che presentò l’opera al Théâtre Italien di Parigi il 24 febbraio 1869 per poi trascinarla in tournée in tutto il mondo, con l’unico obiettivo di tramutare le ultime note di Rossini in denaro contante, essendo la partitura orchestrale, sebbene scritta secondo la moda del tempo, assai meno felice dell’originale delicata versione. Ulteriore sfortuna accompagnò la versione per orchestra della messa di Rossini: gli inevitabili paragoni della critica e del pubblico con i precedenti modelli sacri di Liszt e Berlioz e poi col Requiem di verdi e con Eine Deutsche Requiem di Brahms, opere sin dal principio congegnate per ampie masse corali e orchestrali.

Floriana Tessitore

 

Foto di scena

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Foto Franco Lannino ©Studio Camera