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20 marzo 2008, ore 20.30
Desideri mortali
Oratorio profano per Giuseppe Tomasi di Lampedusa
Ideazione e regia Ruggero Cappuccio
Musiche composte e dirette dal vivo Paolo Vivaldi
Percussioni Carlo Martinelli
Costumi Carlo Poggioli
Disegni originali in videoproiezione Mario Buonoconto
Luci Michele Vittoriano

Produzione Teatro Segreto di Roma
In occasione del cinquantesimo anniversario della pubblicazione de Il Gattopardo
 

Interpreti

con la partecipazione di
Chiara Muti, Claudio Di Palma e Ciro Damiano

e con
Nadia Baldi, Anna Contieri, Gina Ferri, Adriana Follieri, Antonella Ippolito, Annamaria Senatore, Ada Totaro, Lia Zinno

 

Durata
Lo spettacolo ha una durata di un'ora e quindici minuti
 

Note

Sulle musiche di scena
di Paolo Vivaldi

La partitura sonora è composta da rielaborazioni dei temi verdiani utilizzati da Visconti nel film Il Gattopardo e da creazioni originali ispirate a sonorità contemporanee. L’opera si avvale di percussioni appositamente elaborate da Carlo Martinelli ad integrare il suono del pianoforte creando ambientazioni con effetti onomatopeici. Il tessuto sonoro si presenta come un oratorio, concepito in palcoscenico ed incastonato, per quanto riguarda l’elemento ritmico e quello timbrico, nella partitura vocale creata dall’autore e regista Ruggero Cappuccio ed interpretata dagli attori. Questo linguaggio particolare ed unico è una tappa del lungo percorso di collaborazione tra autore e compositore, che ha dato frutti sia in teatro che al cinema.

La morte come scrittura del desiderio
di Ruggero Cappuccio

Esistono scrittori capaci di sedurre la ragione, capaci di indurre, in chi legge, cerebrali piaceri inflitti dalla bellezza di un testo, una pagina, un verso. Quando tutto è dimenticato resta ormeggiato nella memoria il ricordo del loro nome, in cui fibrilla, spesso unicamente, il senso perduto di una seduzione provata e svanita, una seduzione che non sapremmo più dire. Esistono, poi, scrittori capaci di travolgere la ragione, i sensi, nel naufragio di una scrittura che sentita e consentita, continua a lavorare dentro chi ha letto, per anni, imperterrita, spietata. È un assedio mimetico, ambiguo. È la vita che sbeffeggia la letteratura. È la letteratura che sorride dell’ingenuità della vita. Il nome di questi artisti invisibili sembra sparire nel tempo, per innalzare in luogo della loro identità biografica, estenuanti e impietosi frammenti di frasi, immagini indimenticate, più forti, da sole, dell’intera storia che le racchiude. Poi, un giorno, nel vuoto di indolenze abissali, i pezzi innumerabili delle parole, dei fatti, delle visioni che hanno lungamente lavorato dentro noi, si ricompongono in una insperata armonia, ritrovandosi, raggiungendoci dove non pensavamo di poter essere ancora perseguitati, ripresentandosi completi del volto e del nome legato al manovratore che li seppe agitare. Tornò così, un giorno, insieme a tutte le sue irredimibili seduzioni, insieme a tutte le sue malinconiche, taglienti bellezze scritte, Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Dal pozzo occultato delle mie adolescenti letture, non aveva mai smesso di erodere tutto e tutto intorno, contaminando vite e letterature di misteriosi limacci, di vitalissimi profumi. I suoi ricordi d’infanzia, le sue sirene, le sue amate, originalissime ricognizioni sui grandi poeti inglesi, la sua passionale intelligenza intorno a Stendhal, ai sonetti di Shakespeare, tessevano un crocevia di incanti che si intrecciavano tra palazzo Lampedusa e via Butera, tra Capo d’Orlando e Palma di Montechiaro, ninfee trasfigurabili adagiate sulla palude civile di una Palermo ferita nel corpo e nell’anima dal furore dei bombardamenti della seconda guerra e da oltre cento esplosioni maturate negli anni all’interno degli organismi politici e civili della città, rappresa in un sinistro cerimoniale in cui si celebrava l’emorragia della bellezza e del tempo. Tra le macerie di una vita solitaria, affollata di irrinunciabili contemplazioni, mi pareva che Lampedusa avesse interrogato la sostanza della sua ombra, o forse che solo alla sua ombra potesse riconoscere vita e sostanza, seguendola in un altrove dove il corpo e i corpi non avrebbero potuto mai arrivare. I suoi scritti, i brevi appunti, le riflessioni quotidiane, i passi perduti tra la libreria Flaccovio e il circolo Bellini, non potevano essere separati dal Gattopardo, dentro e fuori del quale formavano un corpus originalissimo di corrispondenze e armonie. Gli specchi dell’esistenza vissuta e di quella immaginata finirono, forse, uno di fronte all’altro, per moltiplicare all’infinito i pensieri che seppe percorrere: labirinti di essenze aristocratiche, tramonti di società, vite, rituali, sconfitte e amarezze, da cui uscì principe di se stesso, signoreggiando tutto con strepitosa ironia, con la fluidità di una leggerezza magistrale che sola può veramente rivelare senza ingombri e artificiosi pesi stilistici le essenze della profondità. In questa faticosa iniziazione espressiva, decodificando con altissimo disincanto le distanze fra pensato e detto, fra racconto interiore e racconto letterario, si radicava, fortissima una biforcazione umana ed artistica rapita tra i bordi del desiderio e della morte. ed era probabilmente la morte, la morte come categoria della conoscenza, come ostinata indagine superiore della fine di tutto, la morte come indomabile madre dei mille cicli risibili e transitori innescati nel mondo, a generare la straordinaria teoria del desiderio sospesa con spossante meraviglia su tutta l’opera di Tomasi. La morte e il desiderio, la vita di un uomo che aveva fatto del fragore del silenzio la fertilissima sabbia dalla quale setacciare parole, hanno fecondato la scrittura di Desideri Mortali. Una sorta di oratorio profano. Una traversata nei silenzi della memoria, dove uno scrittore che durante tutta l’esistenza aveva ricercato intorno alla morte spiando dall’angolo della vita, osserva ora la sua vita, quella delle sue creature letterarie e di tutti gli umani universi possibili, attraverso il monocolo disincantato della morte. la mia scrittura si è fatta umile pentagramma per le struggenti, bellissime note di Tomasi di lampedusa. Come nel procedimento interpretativo dell’attore impegnato nell’adescamento della vita del personaggio, ho scritto parole per cercare parole, ho immaginato ricordi per evocare ricordi. Ricordi di morti, come mi apparivano i lemuri eterni delle Due Sicilie, di un regno nato fantasma, di sapori, profumi, uomini e cose, nati fantasmi anch’essi. e la scrittura partiva come una larga spirale di lingue, rassodate o liquefatte tra gli echi della grazia ineffabile del francese, della malìa barocca dello spagnolo, di certi fiati e certe assonanze arabe. Palermo e Napoli, l’Etna e il Vesuvio, i Borbone e Garibaldi, diventavano specchi onirici deformati, riflessi infedeli di città deflorate da cento culture che arrivavano dal mare, inesauste, a celebrare matrimoni di suoni, oscure danze di idee. Nella sospesa dimensione della morte, Lampedusa poteva ancora sognare, con disincantato distacco, senza scampo nè appello. E il sognare si convertiva nel dolcissimo supplizio del desiderio. Il desiderio vagheggiava ancora una volta il nulla, mentre intorno deflagrava un coro di donne, nel cicaleccio areiforme o plebeo delle voci, nell’ossesione di un mondo alto e raffinato o basso, materiale e corporeo. Così, dall’osservatorio della morte, la vita si proiettava nella letteratura, la letteratura si proiettava in altre vite. Tomasi di Lampedusa desiderava quella parte di sé appunto radicata dal desiderio della scrittura in Fabrizio Salina, in un’oscillazione di dilatazioni possibili e impossibili da cui è bandita ogni forma di facile lettura autobiografica. Lampedusa non è certo Salina, ma la complessa quadratura di somme e differenze tra i mondi di entrambi possono riflettersi in una affascinante, infinita moltiplicazione di pensieri che sconfinano tra la vita e l’arte. Concetta, Angelica Sedara, padre Pirrone, don Ciccio Tumeo, disegnano intarsi affettivi in cui tornano gli uomini, i pensieri e le cose che hanno realmente costellato la vita di Tomasi, creando un telaio inestricabile di sensazioni, di nomi, di visioni da cui traggono fondamenta le innumerevoli stratificazioni di una histoire sans nom. La scena, allora, si popola di corpi e voci che alludono continuamente al vuoto dei pieni o se si vuole alla pienezza dei vuoti, tutta addensata nella ricerca di un nulla perfetto. E questo nulla fiorisce nell’interpretazione di undici attori, tra musiche dal vivo che dilatano distorsioni della memoria, in un impasto unico di parola suonata e suono della parola, tra luci che celebrano la sparizione di corpi parlanti, proiezioni di ombre capaci di insospettabili vitalismi, come in un sabba espressivo proteso verso la ricerca e la ri-creazione delle materie oniriche di uno scrittore che per la forza di materializzazione delle sue immagini, per la sapienza ritmica e fonetica della sua scrittura è semplicemente unico, semplicemente straordinario. Perfino il teatro cade nelle trappole della memoria seminate tra le pagine di Tomasi. E la messinscena che lo riguarda non è più Il desiderio vagheggiava ancora una volta il nulla, mentre intorno deflagrava un coro di donne, nel cicaleccio areiforme o plebeo delle voci, nell’ossesione di un mondo alto e raffinato o basso, materiale e corporeo. Così, dall’osservatorio della morte, la vita si proiettava nella letteratura, la letteratura si proiettava in altre vite. Tomasi di Lampedusa desiderava quella parte di sé appunto radicata dal desiderio della scrittura in Fabrizio Salina, in un’oscillazione di dilatazioni possibili e impossibili da cui è bandita ogni forma di facile lettura autobiografica. Lampedusa non è certo Salina, ma la complessa quadratura di somme e differenze tra i mondi di entrambi possono riflettersi in una affascinante, infinita moltiplicazione di pensieri che sconfinano tra la vita e l’arte. Concetta, Angelica Sedara, padre Pirrone, don Ciccio Tumeo, disegnano intarsi affettivi in cui tornano gli uomini, i pensieri e le cose che hanno realmente costellato la vita di Tomasi, creando un telaio inestricabile di sensazioni, di nomi, di visioni da cui traggono fondamenta le innumerevoli stratificazioni di una histoire sans nom. La scena, allora, si popola di corpi e voci che alludono continuamente al vuoto dei pieni o se si vuole alla pienezza dei vuoti, tutta addensata nella ricerca di un nulla perfetto. E questo nulla fiorisce nell’interpretazione di undici attori, tra musiche dal vivo che dilatano distorsioni della memoria, in un impasto unico di parola suonata e suono della parola, tra luci che celebrano la sparizione di corpi parlanti, proiezioni di ombre capaci di insospettabili vitalismi, come in un sabba espressivo proteso verso la ricerca e la ri-creazione delle materie oniriche di uno scrittore che per la forza di materializzazione delle sue immagini, per la sapienza ritmica e fonetica della sua scrittura è semplicemente unico, semplicemente straordinario. Perfino il teatro cade nelle trappole della memoria seminate tra le pagine di Tomasi. E la messinscena che lo riguarda non è più messinscena, non può essere spettacolo, non può essere teatro per altri, ma soltanto degli altri, della monologante volontà interiore del singolo. Teatro di comunicazioni malinconiche, eco dei grandi, tenerissimi, mortali rituali rappresentativi frequentati da Lampedusa attraverso i penetrali di antiche sceneggiature aristocratiche intorno all’impassibile sentimento delle cose, le cose amate, le cose sentite incredibilmente amanti, compagne privilegiate per dialogare con la solitudine.

 

Foto di scena

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Foto Franco Lannino ©Studio Camera