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28 febbraio - 1, 2, 4, 5, 7, 8, 11, 12, 14 marzo 2006
Giacomo Puccini
Turandot
Dramma lirico in tre atti e cinque quadri
Libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni
L’ultimo duetto e il finale dell’opera sono stati completati da Franco Alfano

Direttore Nello Santi
Regia Zhang Yimou ripresa da Alberto Cavallotti
Scene Huang Haiwei, Gao Guangian, Zeng Li
Costumi Wang Yin
Coreografia Chen Weyla ripresa da Chen Shen
Luci Bruno Ciulli

Orchestra, Coro, Coro di voci bianche e Corpo di ballo del Teatro Massimo

con la partecipazione del Jilin City Song and Dance Ensemble

Allestimento del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino




Personaggi e Interpreti

Turandot Georgina Lukács 28/02,2,5,8,11/03
Giovanna Casolla 1,4,7,12,14/03
Calaf Francesco Hong 28/02,2,5,8,11/03
Badri Maysuradze 4,14/03
Ignacio Encinas 1,7,12/03
Timur Bonaldo Giaiotti 28/02,2,5,8,11/03
Francesco Palmieri 1,4,7,11,14/03
Liù Adriana Marfisi 28/02,2,5,8,12/03
Annalisa Raspagliosi 1,4,7,11,14/03
Altoum Antonio Conte tutte
Ping Marco Camastra tutte
Pang Gianluca Floris tutte
Pong Iorio Zennaro tutte
Un Mandarino Paolo Orecchia tutte
Il Principe di Persia Antonio Li Vigni
Pietro Luppina



Orari e turni

martedì 28 febbraio 20.30 turno PRIME
mercoledì 1 marzo 18.30 turno S/2
giovedì 2 marzo 18.30 turno B
sabato 4 marzo 18.30 Fuori abbonamento
domenica 5 marzo 17.30 turno D
martedì 7 marzo 18.30 turno S/3
mercoledì 8 marzo 18.30 turno C
sabato 11 marzo 20.30 turno F
domenica 12 marzo 17.30 turno E
martedì 14 marzo 20.30 Fuori abbonamento




Foto di scena

(Fare click sulle foto per ingrandirle)

Foto di scena dell'opera Turandot












Foto Franco Lannino ©Studio Camera


Sinossi
Atto I
Pekino, al tempo delle favole. In una quartiere affollato di gente presso la Città Proibita, un Mandarino legge un editto: ogni principe che voglia tentare di sposare la Principessa Turandot deve rispondere a tre enigmi – e se non riesce egli morirà.

L’ultimo pretendente, il Principe di Persia, sarà giustiziato al sorgere della luna.

La folla assetata di sangue invoca il boia, e nel tumulto una giovane schiava, Liù, chiede aiuto quando il suo anziano padrone viene gettato a terra. Un giovane sconosciuto lo riconosce come suo padre perduto da molto tempo, Timur, re spodestato dei Tartari. Quando il vecchio racconta al figlio, il Principe Calaf, che solamente Liù gli è rimasta fedele, il giovane le chiede il motivo. Lei risponde di averlo fatto perché una volta, molto tempo prima, Calaf le aveva sorriso.

La folla chiede ancora sangue a gran voce, ma la luna sorge, e subito cade un timoroso silenzio. Il pretendente sconfitto passa per andare al supplizio, muovendo a compassione gli astanti che implorano Turandot di risparmiargli la vita. Turandot compare e, con un gesto sprezzante, ordina che che si proceda con l’esecuzione. La folla sente da lontano il grido del morente. Calaf, soggiogato dalla bellezza della principessa, decide di volerla sconfiggere per averla sua sposa, suonando il gong che annuncia l’arrivo di un nuovo pretendente. I ministri di Turandot, Ping, Pang e Pong tentano di dissuadere il giovane, ai loro avvertimenti si aggiungono le suppliche di Timur e della piangente Liù. Ignorando le loro preghiere, Calaf colpisce il gong fatale invocando il nome di Turandot.

Atto II

Nei loro quartieri, Ping, Pang e Pong lamentano il regno di sangue di Turandot, pregando che l’amore conquisti il suo cuore di ghiaccio così che possa ritornare la pace.

Appena il popolo si raduna per ascoltare il nuovo pretendente di Turandot, I ministri sono richiamati alla dura realtà.

L’anziano Imperatore Altoum, assiso sul suo alta trono nel Palazzo Imperiale, chiede a Calaf di ritirare la sua sfida, ma invano. Turandot giunge e racconta la storia della sua antenata Principessa Lou-Ling, brutalmente assassinata dal principe che l’aveva sconfitta in guerra; per vendicarla Turandot è pronta ad uccidere qualsiasi uomo, decretando che nessuno mai la possiederà.

Ella pone il suo primo enigma: cosa nasce ogni notte e muore ad ogni alba? “La speranza”, risponde correttamente Calaf. Innervosita, Turandot prosegue: cosa è rosso scintillante e brucia come fuoco, pur non essendo fuoco? “Il sangue”, risponde Calaf dopo un attimo di esitazione.  Scossa, Turandot pronuncia il suo terzo indovinello: cosa è come il ghiaccio ma brucia? Un silenzio carico di tensione domina finche Calaf, trionfante, grida “Turandot”.

Mentre la folla esulta, la principessa implora il padre di non concederla allo straniero, ma senza ottenerlo. Calaf generosamente offre a Turandot un suo indovinello: se lei scoprirà il suo  nome entro l’alba, egli potrà essere giustiziato.

Atto III

Nel giardino del palazzo, Calaf ascolta un proclama: pena la morte nessuno in Pechino dovrà dormire fino a che Turandot non conosca il nome dello straniero.

Il principe assapora la sua prossima felicità, ma Ping, Pang e Pong tentano senza successo di offrirgli doni purché lui fugga via. Mentre la folla impaurita minaccia Calaf con i pugnali perché egli riveli il suo nome, i soldati trascinano dentro Liù e Timur. Inorridito Calaf tenta di persuadere la folla che nessuno conosce il suo segreto. Quando Turadot compare, ordinando di torturare Timur affinché parli, Liù si fa avanti dicendo che lei soltanto conosce l’identità dello straniero. Nonostante le torture, ella rimane in silenzio. Impressionata da tanta determinazione, Turandot chiede a Liù il segreto della sua forza; “L’amore”, risponde la giovane.

Quando la principessa ordina ai soldati di intensificare la tortura, Liù strappa il pugnale a uno di loro e si uccide. L’addolorato Timur e la folla la seguono mentre il suo corpo viene portato via. Turandot rimane sola, faccia a faccia con Calaf, che la prende fra le braccia costringendola a baciarlo. Turbata dal suo primo bacio, Turandot piange. Il principe, adesso sicuro della propria vittoria, le dice il suo nome.

Mentre il popolo invoca l’imperatore, Turandot si avvicina al trono, annunciando che il nome dello straniero è Amore.




Note

A partire dal 1920 Puccini intraprese la composizione della sua opera più ambiziosa: un nuovo melodramma “orientale” dopo Madama Butterfly tratto stavolta dalla «fiaba cinese» di Carlo Gozzi Turandotte.

L’idea di metterete in musica questa commedia ambientata «A Pekino al tempo delle favole» gli era stata suggerita dal critico teatrale Renato Simoni che, insieme a Giuseppe Adami (già librettista della Rondine e di Tabarro), si sarebbe poi occupato della stesura del libretto. Abbandonando quella “poetica delle piccole cose” che ne aveva fatto l’idolo delle folle di tutto il mondo, Puccini si dedicò dunque a realizzare un’opera grandiosa, con affollate scene di massa e con una protagonista scolpita nel granito, lontanissima per dimensione teatrale, carattere e vocalità dalla grisette Mimì e dalla geisha Cio-Cio-San.

A partire dal 1923 però, Puccini iniziò a soffrire di una tosse violenta e in breve la sua salute cominciò a peggiorare, cosa che forse lo spinse ad affrettare la lavorazione di Turandot: «Mi son messo a strumentare per guadagnar tempo; ma non ho l’animo tranquillo fino a che questo duetto non sarà fatto» scrive a Simoni nel dicembre del 1923 riferendosi al duetto finale dell’opera che non venne mai completato.

Di lì a poco, infatti, gli verrà diagnosticato il tumore alla gola che lo avrebbe infine ucciso. Puccini non venne informato della gravità della propria situazione ma, si dice, che poco tempo dopo la diagnosi dei medici, facendo ascoltare al pianoforte gli abbozzi del finale ad Arturo Toscanini –  già designato da Puccini come direttore della prima Turandot – gli avrebbe detto «L’opera sarà rappresentata incompleta, e poi qualcuno uscirà alla ribalta e dirà al pubblico: A questo punto il Maestro è morto».

Vero o falso che sia questo aneddoto – non si può escludere infatti che Puccini, pur tenuto all’oscuro dai familiari, avesse comunque compreso la gravità delle proprie condizioni –  la partitura della Turandot si arresta proprio al punto della morte di Liù, il personaggio più autenticamente pucciniano dell’opera: la schiava, innamorata senza speranza, che si uccide per difendere il segreto e la vita dell’uomo che ama.

Il duetto conclusivo, pur largamente abbozzato, che Toscanini aveva ascoltato dal compositore stesso rappresentò uno scoglio insuperabile per Puccini. E non soltanto a causa della salute vacillante: l’orchestrazione della partitura, infatti, era già stata iniziata nel 1923 e completata, ma il finale – in cui l’implacabile Principessa di gelo si scioglieva all’improvviso per il bacio del suo misterioso pretendente – dovette probabilmente apparire troppo improbabile e forzata allo stesso Puccini.

Il 25 aprile 1926, in occasione della prima esecuzione, dopo la morte di Liù, Toscanini posò la bacchetta e disse: «Qui finisce l’opera perché a questo punto il Maestro è morto».

Marcella Musacchia