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24 maggio 2006 ore 20.30

Concerto americano

Wayne Marshall
Direttore e pianoforte solista

Orchestra del Teatro Massimo

Programma


I parte
George Gershwin
Overture
(Allegro marcato)
arr. R. R. Bennett

George Gershwin
Second Rhapsody for piano and orchestra

George Gershwin
Gershwin in Hollywood
(Grandioso)
arr. R. R. Bennett




II parte
Leonard Bernstein
Symphonic Dances from West Side Story
Prologue (Allegro moderato)
"Somewhere" (Adagio)
Scherzo (Vivace leggero)
Mambo (Presto)
Cha-Cha (Andantino con grazia)
Meeting Scene (Meno mosso)
"Cool" Fugue (Allegretto)
Rumble (Molto allegro)
Finale (Adagio)

Leonard Bernstein
Candide
Overture (Allegro molto con brio)


Foto di scena

(Fare click sulle foto per ingrandirle)

Foto di scena del Concerto Americano - Direttore Wayne Marshall - Across the Universe






Foto Franco Lannino © Studio Camera

Note

Se si escludono alcune figure, come quelle di Arnold Schoenberg, Igor Stravinskij, Edgard Varèse e Paul Hindemith, che pur rimanendo importantissime per produzione e influenza, e che pur essendo attive in America rimangono tuttavia espressione di quella cultura essenzialmente europea a cui continuarono a riferirsi anche numerosi altri musicisti nati e operanti negli Stati Uniti, si noterà come la scena musicale americana sia dominata, già a partire dagli anni Venti, ma ancor più dal primo dopoguerra, da una leva di autori dedita principalmente alla produzione di una musica destinata al consumo di massa, ma interessata comunque ad accreditarsi anche nell’ambito della musica “seria”, la quale si dividerà sempre tra la creazione di prodotti “di consumo” e quella di musica “colta”. 

Stanchi di continuare a riferirsi al filone, ormai esaurito, della musica ottocentesca europea, e in particolare di quella tedesca, e desiderosi di creare una musica che fosse espressione propria della cultura americana, numerosi compositori scelsero quindi di rifarsi inizialmente alla musica dei nativi americani e degli ex-schiavi di colore: un’attenzione più che altro folklorica e destinata ad esaurirsi nel giro di poco tempo. È nel periodo incluso tra la fine del  primo conflitto mondiale e la crisi economica del 1929 che l’America assiste all’affermazione del jazz come musica autenticamente propria, in grado di esprimere tutta quella vitalità e quella energia che definivano l’identità di un paese in continua espansione economica e culturale, le cui metropoli divenivano di giorno in giorno più grandi.

In questo questi anni, grazie alla sempre crescente diffusione della radio e dei mezzi di riproduzione meccanica del suono, il mercato della musica si trasforma rapidamente e l’ormai fiorente industria discografica necessita di essere  continuamente alimentata con prodotti sempre nuovi, mentre altre due forme di spettacolo, il musical e il cinema, pur ancora giovani, vanno prendendo sempre più piede, conquistando in pochi anni un enorme numero di spettatori.

Il musicista più rappresentativo di questo nuovo panorama rimane probabilmente George Gershwin, autore di moltissime canzoni di successo e testimone affascinato della straordinaria vitalità delle città americane, la cui Second Rhapsody (1931) restituisce appunto la frenesia i rumori, la vivacità ma anche lo smarrimento prodotto dall’impatto con la caotica vita della metropoli. La Second Rhapsody (o Rhapsody in Rivets) insieme alla Overture Cubana rappresenta nelle intenzioni di Gershwin il più importante spazio ritagliato alle proprie ambizioni di compositore “serio” in quegli anni di intenso lavoro svolto tra Broadway e Hollywood: «Ho scritto questo lavoro perché volevo fare una composizione seria, e ho trovato l’opportunità di farlo in California. Ora quasi tutti tornano dalla California con l’abbronzatura, e le tasche piene di soldi fatti col cinema. Io ho deciso di tornare indietro con l’una e l’altra cosa, ed in più con una composizione seria» scrive Gershwin ad un amico riferendosi alla Second Rhapsody.

Negli anni Trenta infatti, con l’avvento del sonoro al cinema, una nuova frontiera si era aperta per coloro che scrivevano musica: non solo infatti l’industria cinematografica necessita di compositori che si occupino di realizzare le musiche per le colonne sonore, ma diviene possibile, adesso, trasportare i musical dai palcoscenici dei teatri agli schermi del cinema. È un’avventura in cui Gershwin si getta con entusiasmo, realizzando musiche per numerosi film come Shall we dance? con Fred Astaire e Ginger Rogers, e e collaborando alla trasposizione cinematografica dei propri stessi musical, come nel caso di Girl Crazy (1932) o come avvenne anche dopo la morte del loro autore per Funny face (1956) o per Porgy and Bess (1959).

Testimonianza della straordinaria notorietà raggiunta da Gershwin può essere considerata anche Gershwin in Hollywood, una suite che raccoglie alcune delle sue musiche e canzoni più conosciute, tra cui They Can't Take That Away From Me e Love Is Here To Stay, nella elaborazione di Robert Russel Bennett, musicista che, a partire dal 1936, collaborò strettamente con Gershwin alle produzioni della RKO, realizzando con lui numerosi lavori per il grande schermo, e il cui ricordo rimane oggi legato principalmente al lavoro svolto come orchestratore e direttore nelle versioni cinematografiche di musical come Oklahoma!, The King and I, Camelot, Lady in the dark.

La trasposizione cinematografica dei musical di successo è una prassi che a rimane nell’uso anche negli anni a venire (sono recentissime le versioni filmiche di Evita e di The Phantom of the Opera di Andrew Lloyd-Webber) come accade nel 1961 con West Side Story di Leonard Bernstein – artista eclettico, capace di muoversi a suo agio tra il lavoro come direttore del grande repertorio classico, quello svolto nell’ambito del repertorio “leggero”, e quello più ambizioso di autore di opere “colte”, come quella tratta dalla farsa di Voltaire Candide (1956) – che pur avendo dimostrato di sapere approfittare al meglio delle opportunità offerte dai mezzi di comunicazione di massa, rimase sempre piuttosto tiepido nei confronti del cinema (la sua unica colonna sonora originale fu quella realizzata per On the Waterfront di Elia Kazan, del 1954). Pur essendo un autore eminentemente “colto”, Bernstein deve però la sua massima fama di compositore proprio a West Side Story, il musical che nel 1957 aveva segnato un importante punto di svolta rispetto alla tradizione del genere. West Side Story infatti, contravvenendo a tutta una tradizione che voleva il musical come spettacolo di genere “leggero”, rielaborava la tragedia di Romeo e Giulietta per gettare un inedito sguardo critico sulla realtà difficile dei ghetti violenti e degradati delle grandi città americane, dove alla povertà si sommavano i conflitti razziali e il disagio degli immigrati provenienti dall’America Latina.

Marcella Musacchia