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12 ottobre 2005 ore 20.30

Jan Latham-Koenig
Direttore
Kuba Jakowicz
Violino

Orchestra del Teatro Massimo

Programma


Modest Musorgskij
Chovanscina
Introduzione
Karol Szymanowski
Concerto per violino e
orchestra n.1 op. 35


Leós Janácek
Taras Bul'ba
Rapsodia per orchestra


Foto di scena

(Fare click sulle foto per ingrandirle)






Foto Franco Lannino © Studio Camera

Note

Le vicissitudini cui andò incontro La Chovanscina di Musorskij, iniziano fin dalla concezione dell’opera, nata per costituire la seconda parte di una trilogia rimasta incompleta, dedicata alla storia russa, di cui il Boris Godunov avrebbe rappresentato la prima parte, e che avrebbe  dovuto concludersi con una mai realizzata Rivolta di Pugacëv.

Composta tra il 1872 e il 1880, l’opera rimase incompiuta; ne esisteva soltanto la versione per canto e pianoforte, monca però dei finali del secondo e del quinto atto. A provvedere all’orchestrazione fu nel 1882 Rimskij-Korsakov che, tuttavia, intervenne assai pesantemente sullo spartito lasciato da Musorskij apportando all’opera numerosi tagli (oltre ottocento battute di musica furono eliminate) e modifiche che riguardarono anche il materiale melodico.

Chovanscina andò infine in scena nel 1886 a San Pietroburgo, realizzata  da una compagnia di dilettanti. Una successiva versione dell’orchestrazione si ebbe infine nel 1959 per mano di Shostakovic che riportò l’opera alle sue dimensioni e alle sue melodie originali.

L’Introduzione sinfonica, il cui sottotitolo è “Sorgere del sole sulla Moscova”, è una breve pagina di carattere descrittivo, che immette da subito nell’ambiente in cui si svolgerà la vicenda, dipingendo la tranquilla serenità della nascita del nuovo giorno che illumina i tetti e la piazza del Cremlino.

Del 1916 è la composizione del primo dei due concerti per violino scritti da Szymanowski, specificamente concepito perché la parte solistica fosse eseguita con la “accattivante dolcezza” che era caratteristica del violinista Paul Kochanski, amico del compositore che collaborò alla stesura dell’opera. Una peculiarità, questa “dolcezza”, non secondaria giacché in questo concerto il violino solista è chiamato ad interpretare un “ruolo” di ambigua femmineità, che anticipa in parte quella del personaggio di Dioniso nell’opera Re Ruggero del 1918. Le analogie tra le due opere non finiscono qui: entrambe sono infatti da ricondurre alla stessa attrazione esercitata dal misticismo panico e dall’esotismo orientale su Szymanowski, che negli stessi anni compose i tre famosi Miti, poemi per violino e pianoforte intitolati La fonte di Aretusa, Narciso e Driadi e Pan.

La fonte letteraria, a cui il Concerto n. 1 si ispira dichiaratamente, è la lirica Noc Mjova (Notte di maggio) di Tadeusz Micinski, un “sogno d’una notte di mezza estate” simbolista, in cui si intrecciano figure mitologiche, elementi favolistici e misticismo panteistico (... Effemeridi /volano danzando/oh, fiori del lago, Nereidi!/ Pan suona i suoi flauti nel boschetto di querce./Effemeridi/volano danzando/…).

Il concerto, che si articola in un unico movimento, si apre con un motivo degli archi da cui si distaccano le diverse voci dell’orchestra (oboi, clarinetti, arpa e pianoforte), che intervengono con figure guizzanti - riferibili forse agli esseri fatati o alle lucciole menzionate nella poesia -  prima dell’entrata del violino, su una nota alta e tenuta, che da inizio ad una “melodia infinita” in cui l’effusione lirica si alterna a passaggi movimentatissimi, mentre una complessa rete di temi percorre tutta la composizione collegando tra loro le varie sezioni.

Allo stesso periodo, ma a ben diverse tensioni morali, va ricondotta la composizione della rapsodia Taras Bul’ba, in cui Janàcek riversò le profonde impressioni prodotte dalla Prima guerra mondiale e dalla Rivoluzione d’ottobre. L’idea di un’opera basata sulle vicende dell’eroe ucraino, protagonista dell’omonimo romanzo di Gogol’, risale (come testimoniano alcuni appunti sulla copia del romanzo di proprietà del compositore) già al 1905 ma la stesura di questo suo “testamento spirituale” – come egli stesso lo definì – ebbe inizio dieci anni più tardi, per essere definitivamente compiuta nel 1918.

Suddivisa in tre parti, la rapsodia si apre con il racconto de La morte di Andrei, figlio minore di Taras Bul’ba che, per amore di una giovane polacca, tradisce la propria patria passando al nemico. Catturato, sarà giustiziato dallo stesso padre. La seconda parte, La morte di Ostapov, narra la fine del figlio primogenito di Taras che, preso prigioniero dall’esercito nemico, sarà torturato e ucciso pubblicamente. Nell’ultimo tempo, Profezia e morte di Taras Bul’ba, l’eroe, che si è crudelmente vendicato sui polacchi per lo scempio fatto del figlio, è a sua volta imprigionato e condannato a morire sul rogo. Prima di morire, Taras ha la visione profetica della vittoria finale della Russia sui suoi nemici.

Una conclusione che è una vera apoteosi del popolo russo, secondo quanto voluto dallo stesso Janàcek, attratto dal romanzo di Gogol’ «Non perché Taras Bul’ba uccise il figlio per avere tradito la sua gente, non per la morte da martire del secondo figlio, ma perché non esiste fuoco né sofferenza in tutto il mondo che possa spezzare la forza del popolo russo».

Marcella Musacchia