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16 settembre 2005 ore 20.30

Will Humburg
Direttore
Ilya Gringolts
Violino

Orchestra del Teatro Massimo

Programma


Ludwig Van Beethoven
Coriolano,ouverture op. 62

Concerto per violino in Re maggiore, op. 61
Johannes Bramhs
Sinfonia n. 1 in do minore, op. 68


Foto di scena

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Will Humburg

Will Humburg

Foto Franco Lannino © Studio Camera

Note

All’uso di inserire brani cantati e strumentali all’interno di spettacoli teatrali va ricondotta la nascita dell’ouverture Coriolano, che Beethoven compose nel 1807 su richiesta dell’amico drammaturgo Heinrich Joseph von Collin, autore di una tragedia ispirata allo stesso eroe romano che era già stato al centro di uno dei primi drammi shakespeariani. E si può immaginare che un personaggio come Coriolano - che con sdegno rifiuta di utilizzare per il proprio tornaconto il favore della plebe e che per un’ingiusta accusa di tradimento muove guerra alla sua stessa patria per morire infine suicida - dovesse riscuotere la simpatia di un uomo poco incline ai compromessi quale era Beethoven.

La scelta della severa tonalità di do minore si riferisce, dunque, tanto al carattere ombroso dell’eroe, quanto alla tragicità del suo destino. Né si fa fatica a riconoscere Coriolano negli accenti quasi violenti del primo tema esposto nell’ouverture, cui si contrappone la tenerezza del secondo tema, riconducibile alla voce supplice della madre Volumnia che implora l’eroe di non distruggere Roma.

Dopo l’esposizione del primo tema, introdotto da categorici accordi in fortissimo separati da lunghe pause, che prosegue con un motivo in piano, quasi dubbioso, a cui risponde il lirico strazio del tema di Volumnia, l’intera orchestra è chiamata ad esporre, in un discorso musicale di voluta frammentarietà, il travaglio e la collera che scuotono l’anima di Coriolano. Il ritorno conclusivo del tema di Volumnia segna la vittoria della pietà della donna sulla furia distruttiva dell’eroe.

Di un generale senso di pacificazione è invece pervaso il Concerto per violino in Re maggiore, alla cui composizione Beethoven attese durante un periodo sostanzialmente sereno della propria vita in cui, preso atto dell’incurabilità della propria sordità, il compositore aveva trovato una nuova fonte di gioia nell’amore per Josephine Burnsvick, che sperava di sposare.

Pur dedicato a Stefan von Breuning, il concerto fu esplicitamente scritto per l’amico violinista Franz Clement, che però non seppe, nonostante le proprie doti di virtuoso, salvare l’opera dalle dure critiche che l’accolsero. Un insuccesso che è probabilmente da attribuire alla concezione “sinfonica” della composizione che, contravvenendo alla tradizione del concerto solistico, privilegiava invece l’orchestra, affidandole l’esposizione di tutti i temi principali e conservando al violino una funzione di commento. Introdotto dal battito ritmico del timpano - un’idea che ritornerà per ben settanta volte nel corso del concerto - l’Allegro iniziale è dominato dalla dolcezza e dalla levità dei primi due temi e dal lirismo del terzo, su cui si innesta l’ondivago e virtuosistico intervento del violino,  il cui carattere improvvisativo costò all’intera opera l’apprezzamento della critica. Un’atmosfera evanescente e rarefatta pervade il successivo Larghetto, costruito in forma di romanza con un tema e sei variazioni, dove Beethoven lascia spazio soprattutto all’espansione lirica del canto del violino che, in chiusura, introduce anche il tema del conclusivo Rondò, caratterizzato dai robusti ritmi di danza e di canzoni popolareggianti.

Se la composizione del Coriolano e quella del Concerto in Re maggiore furono portate a compimento in pochissimo tempo, eccezionalmente lunga e faticosa fu la gestazione della Sinfonia n. 1 in do minore di Johannes Brahms, autore destinato  da molti ad essere considerato in ambito sinfonico l’erede di Beethoven, ma che a questo genere musicale si accostò con fortissime riserve e incertezze: «Non scriverò mai una sinfonia» scriveva nel 1870 Brahms all’amico Hermann Levi. Erano passati circa quattordici anni da quando egli aveva intrapreso la composizione della sua prima opera sinfonica, e altri sei ne sarebbero trascorsi prima che essa venisse completata, fra interruzioni e ripensamenti, sotto il peso incombente del confronto con Beethoven «Non si ha idea di cosa voglia dire sentire sempre dietro di sé i passi di un gigante come Beethoven».

Particolare consenso ottenne da subito l’iniziale Allegro – anticipato da una grandiosa introduzione –  in forma-sonata, che sviluppa i canonici tre temi, affiancandovi ben cinque idee musicali secondarie, le quali costituiscono anche il materiale sonoro della Coda conclusiva. Più severamente è stato invece giudicato il successivo Andante che, nonostante il lirismo in esso profuso, venne comunque considerato di minore impatto.

Il festoso Scherzo, che costituisce il breve terzo tempo, rappresenta quasi una introduzione al successivo Finale, da sempre considerato vero vertice espressivo dell’opera. L’ultimo tempo si apre con un solenne Adagio, nel quale si ascolta un tema analogo a quello della Nona beethoveniana, seguito da un altrettanto grandioso Andante, per culminare nel conclusivo Allegro, il cui tema principale sembra essere stato derivato da una melodia popolare ascoltata da Brahms in Svizzera.

Marcella Musacchia