"Persée et Andromède" al Teatro Massimo

10 Giu 2005

Per la prima volta in Italia andrà in scena al Teatro Massimo, il 14 giugno, alle ore 20,30, Persée et Andromède, di Jacques Ibert. L’opera, che vedrà sul podio il nuovo direttore stabile del Teatro, Jan Latham-Koenig, cui si deve l’unica incisione discografica, sarà proposta insieme a Il castello del principe Barbablù di Béla Bartók. La regia del dittico è di Lorenza Cantini, scene e costumi sonodi Francesco Zito, le luci di Bruno Ciulli. Coreografia di Rino Pedrazzini. Orchestra e Corpo di ballo del Teatro Massimo. Persée et Andromède. Vincitore del Prix de Rome nel 1919, direttore dell’Accademia di Francia a Roma, tra il 1937 e il 1960, direttore dell’Opéra di Parigi tra il 1955 e il ’56, Jacques Ibert è probabilmente una delle figure più importanti della musica francese del ‘900. Ma se in tutta la sua musica è possibile riconoscere l’impronta di una sensibilità poetica raffinata e una considerevole eleganza stilistica, tuttavia è nell’ambito del teatro in musica che Ibert pervenne ai suoi risultati più originali, accostandovisi sempre con ironia e scegliendo soggetti fantasiosi e leggeri, diversi fra loro per temi e personaggi ma accomunati dal desiderio dell’autore di realizzare opere che fossero, come egli stesso disse, “una ribellione contro il teatro naturalista e verista con il suo corteggio di orrori; una ribellione contro l’assenza di melodie, arie, duetti e pezzi d’insieme delle opere moderne”. Persée et Andromède fu scritta nel 1921 – durante il soggiorno di Ibert come vincitore del Prix de Rome – ma venne messa in scena solo nel 1929 all’Opéra di Parigi. Il libretto di Nino, nome d’arte del cognato del compositore, ispirato alle Moralités Légendaires di Jules Laforgue, mescola insieme elementi da opera seria e ingredienti da opera buffa per raccontare il mito di Andromeda condannata dagli dei a vivere su uno scoglio in mezzo al mare sorvegliata dal mostro Cathos, innamorato di lei. L’arrivo di Perseo in groppa a Pegaso venuto a liberare Andromeda si conclude con il rifiuto della donna a seguire l’eroe dopo che questi  ha sprofondato il mostro nell’abisso: Andromeda infatti ama a sua volta Cathos che, invocato da lei, risorge dal mare trasformato in un bellissimo principe. Il cast è composto da Valérie Condoluci (Andromède), Dmitry Korchak (Persée), István Kovács (Le Monstre Cathos), Alessia Sparacio (Thétis). Nelle varie recite si alterneranno Carmen Giannattasio, Gustav Belaceck, Lorena Scarlata. Il gruppo delle Nereidi è composto da Katia Ilardo, Elisabetta Giammanco, Maria Francesca Mazzara, Valentina Vitti. Il dittico sarà aperto da Il castello del principe Barbablù di Béla Bartók che vedrà in scena István Kovács (Il duca Barbablù), Andrea Melath (Judit) e Rinaldo Clementi (il bardo). Nelle altre recite si alterneranno Gustav Belacek e Klára Kolonits. “Le due operine – dice la regista Lorenza Cantini – hanno in comune il fatto che trattano storie di coppie. Nelle due storie emerge il tentativo delle due coppie di non fermarsi  davanti all’apparenza, di non adagiarsi alla superficialità delle cose, davanti allo specchio”. Lo scenografo e costumista Francesco Zito ha concepito scene profondamente diverse. Nell’operina di Ibert essa è luminosa, un’isoletta fra cielo e nuvole, che comunica una sensazione  di atmosfera  aperta. Ben diversa l’ambientazione de Il castello del principe Barbablù in cui compaiono le sette porte come barriere da superare da valicare e conferiscono allo spazio un’atmosfera cupa e inquietante. “Mi accostai a Perseo alcuni anni fa - dice il direttore Jan Latham-Koenig - e mi accorsi che l’opera era un piccolo capolavoro, pur non essendo mai stata mai incisa su disco. Inoltre, da appassionato giocatore di scacchi, fui attratto dall’idea che era l’unica opera in cui si rappresenta una partita. L’azione di Persée et Andromède rispecchia molto quella di un film muto. E non è un caso. Ibert lavorò infatti tantissimo per musicare le pellicole del cinema muto. Perseo è un’opera veloce, con un piccolo ballo, contraddistinta da una notevole eleganza e sottigliezza nell’orchestrazione. Dispiace che un compositore di tale finezza sia stato così sottovalutato.” Il castello del principe Barbablù. Pur essendo conosciuto principalmente per le sue composizioni strumentali spesso ispirate alla musica popolare del suo paese, con il suo Castello del principe Barbablù, Bartók compose certamente una delle opere più interessanti e conosciute del Novecento. Ispirandosi alla celebre favola di Perrault – già messa in musica da Paul Dukas nel 1907 – e utilizzando il testo denso di significati simbolici scritto da Béla Balázs, che con il compositore ungherese condivideva l’interesse per il patrimonio culturale popolare, Bartók scrisse un atto unico in cui si narra che Judith, quinta moglie di Barbablù, abbandonati il padre e il fidanzato, si reca con lo sposo nel suo castello avvolto dalle tenebre. Lì ella ha modo di apprendere - attraverso l’apertura simbolica di quattro porte - le ragioni della profonda infelicità dell’uomo. Judit riesce infine a far sì che la gioia e la luce entrino nel castello e vi si diffondano riempiendo di contentezza l’animo del marito. Potrebbe essere l’inizio di una nuova felicità ma il bisogno di conoscenza della donna la spinge ad aprire altre due porte rimaste chiuse fino a quel momento, facendole comprendere che la felicità è impossibile e che l’amore può essere eterno soltanto nel ricordo. Opera pervasa da un sostanziale pessimismo, che si apre e si chiude con immagini di tenebra, questa “ballata della vita interiore” come lo stesso Balázs ebbe a definirla, appare come un apologo sulla sofferenza insita nella ricerca e nel raggiungimento della conoscenza e sulla tragicità che connatura i rapporti tra i due sessi e l’amore stesso che si fonda sostanzialmente sul volontario sacrificio di se stessi. Sfruttando al massimo le possibilità “pittoriche” degli strumenti e delle differenti tonalità musicali Bartók costruisce un viaggio iniziatico attraverso gli aspetti diversi della vita: sofferenza, gioia, nascita, morte, amore, ricchezza, guerra e lacrime e attraverso le quattro età dell’uomo simboleggiate dalle quattro mogli di Barbablù (che a differenza di quanto accade nella favola perraultiana non risultano essere state assassinate ma vivono come recluse volontarie nel castello dello sposo). Composta nel 1911 ma rappresentata per la prima volta soltanto nel 1918 – dopo essere passata attraverso tre revisioni e dopo essere stata rifiutata come ineseguibile dall’Opera di Budapest - il Castello del principe Barbablù, primo vero capolavoro di Bartók, ha rapidamente trovato una sua collocazione all’interno del repertorio più frequentemente visitato grazie soprattutto alla sua straordinaria forza evocativa di tipo “visivo” che riesce ad emergere anche nelle esecuzioni in forma strettamente concertistica. Recite con il primo cast il 14, 16 e 18 giugno. Con il secondo cast il 15,17 e 19 giugno. Gli spettacoli avranno inizio alle ore 18,30 il 15,16 e 18 giugno; alle 20,30 il 17 giugno e alle 17,30 il 19 giugno. Info al numero verde 800655858. Biglietti: 12-97 Euro. Carta Giovani: sconto 50%. L’Ufficio Stampa Palermo, 10 giugno 2005