Ellis Island

Ellis Island

3 Ott 2002

Prima esecuzione assoluta il 4 ottobre, alle ore 20,30 al Teatro Massimo, di Ellis Island, un'opera di Giovanni Sollima su libretto di Roberto Alajmo, la regia di Marco Baliani e la direzione di Todd Reynolds. Il compositore palermitano Giovanni Sollima accarezzava da tempo l'idea di un lavoro su Ellis Island, l'isoletta davanti a Manhattan, anticamera per l'America per 22 milioni di emigranti. Circa il 40% dell'attuale popolazione degli States discende da quegli emigranti che tra il 1892 e il 1924 hanno attraversato l'Oceano Atlantico, facendo registrare la più grande migrazione mai avutasi nella storia dell'Umanità, interrotta solo dalla grande crisi del '29. Sollima ha cominciato a pensare ad un'opera su Ellis Island fin dal 1997, quando trascorse un soggiorno di lavoro a New York. Da allora ha scavato negli archivi di Ellis Island: appelli con liste di nomi, storie, ricordi; ha cercato tutto quello che poteva evocare il tema dell'immigrazione: Aneddoti, episodi, schegge di vita, raccontati in una lingua che è un miscuglio di italiano e di inglese arcaico: un testo di un'emigrata anonima della metà dell'800 inciso sulle pareti interne della Statua della Libertà; i versi del poeta William Carlos Williams autore di Blue is the sky of Palermo tratti dalla raccolta Sicilian Emigrant's Songs (1913). Per quest'opera, commissionata dal Teatro Massimo, Sollima ha usato una lingua "sporca" come quella di Tommaso Bordonaro, autore di "La spartenza", (ed. Einaudi), testo epico di una storia qualunque di un contadino siciliano emigrato in America negli anni Trenta, (collocata con una voce fuori campo, come "entr'act" tra la prima e la seconda parte dell'opera). Inizialmente pensata come una cantata, Ellis Island piano piano si è trasformata in un'opera in due atti, - 5 personaggi, un coro di voci bianche e un coro di adulti, due ore circa di durata - e costituisce il debutto nella lirica per il compositore palermitano. "E' un'opera scritta con la clava - esordisce Sollima. - Sono loro, la giovane Sapegno Felicita, interpretata dalla celebre popstar Elisa, il medico (John Daniecki), il funzionario e il cantante Alesi (Martin Mühle), il garibaldino trombettiere Giovanni Martini, alias John Martin, unico superstite di Little Big Horn (Ercole Mario Bertolino), la voce recitante (Giorgio Li Bassi) e i due cori di adulti e di voci bianche - a dare vita e voce nella prima parte del lavoro alle storie di questi milioni di persone. Per poi passare il testimone nel secondo atto ai nostri giorni: la lingua si trasforma, diventa una torre di Babele dove si mescolano il curdo e il tamil, l'italiano dei giornalisti che commentano alla TV gli sbarchi sulle nostre coste, e un coro di immigrati che dura 14 minuti." Masse di corpi ora immobili, ora in fremente agitazione dominano la scena, scandendo i tempi del racconto. L'opera assume così "la struttura di finto reportage musicale, di un collage che si protrae nel tempo, senza colpi di scena, astratti furori, morali da trarre o, peggio ancora, già tratte" (Alajmo). A questo teatro di evocazione e di testimonianza fa riscontro la regia di Marco Baliani, costruita per intero attorno all'identità perduta. "La scena ideata da Carlo Sala - spiega Baliani, al suo esordio nella regia lirica - fornisce un'immediata chiave di lettura che ruota attorno a questo concetto dell'identità smarrita: si intravede una stiva che è come un grande pozzo, affollato da tante persone e controllato dall'alto. Da una passerella sbucano minacciosi il funzionario e il medico, è un luogo inospitale circondato da una gabbia, simbolo di oppressione, una chiusura in cui tutti sono costretti e perdono la loro identità la loro memoria, un po' come in Metropolis di Fritz Lang, in cui gli individui diventano numeri. Nel secondo atto, poi, la scena cambia completamente e vira verso l'attualità dei giorni nostri, con una carretta del mare che rovescia a terra i disperati che approdano nella nuova terra promessa. E se un tempo era l'America la meta vagheggiata oggi siamo noi la loro terra promessa". Giovanni Sollima ha utilizzato un'enorme quantità di materiale sonoro per creare una musica dal segno aspro e roccioso, un lavoro la cui dinamica musicale ricalca i meccanismi drammatici di un'opera tradizionale, nella quale il compositore utilizza una vocalità mista, affiancando ai tenori e ai baritoni, la voce di una cantante pop come Elisa, di cui - dice - "mi piace il colore e l'estensione, il suo modo di vocalizzare". Un'opera che flirta con il rap e la speech music, che si serve di una vocalità virtuale che l'autore sottolinea con l'uso del suo strumento principe: il violoncello. E imbracciando il suo amatissimo strumento, Sollima irrompe in scena alla conclusione del primo atto. Un'orchestra sinfonica integrata da due campionatori, due chitarre elettriche e il groove. L'intento di Sollima intento è quello di creare un'opera evocativa e non descrittiva, e lo fa affidando il racconto ai milioni di disperati che sbarcarono a Ellis Island. Il destino di centinaia di migliaia di cognomi cambiati, storpiati, trasformati; di identità smarrite o abbandonate; uno sterminato catalogo di nomi, cognomi, date di nascita, paese di provenienza, stato civile, mestieri, malattie. Ma anche di sogni, ricordi, bagagli, risse, scambiati tra gli emigranti durante il viaggio verso l'America. Un'opera dalle dense suggestioni e da canzoni di vibrante intensità ritmica, che lasciano il segno, come They changed my name, Mi chiamo Felicita Sapegno, Blue is the sky of Palermo. Un testo, quest'ultimo, carico di struggente malinconia, dedicato alla capitale del Mediterraneo, cantato in duetto da Elisa e Ercole Mario Bertolino: "Ti ricordi il cielo blu di Palermo/ ti ricordi il fico e l'arancio amaro/ il grigio, il verde e l'acqua e la vivace brezza della sera…" Centoventi le persone in scena, fra cantanti, coro adulti, e coro di voci bianche. Le luci sono di Bruno Ciulli, i costumi della palermitana Daniela Cernigliaro che non ha seguito una linea filologica. "Si tratta comunque di abiti moderni - dice la costumista - nel secondo atto ho preferito costumi che potranno sembrare raccogliticci, come sono quelli che indossano gli extracomunitari di oggi". Maestro del Coro, Franco Monego. Maestro del coro di voci bianche, Marcello Iozzia. Si replica il 5,6,8,9, ottobre alle ore 18,30 e il 10 ottobre alle ore 20,30.